Prince of Persia, la recensione del film di Mike Newell con Jake Gyllenhaal

19 maggio 2010
2 di 5

Jake Gyllenhaal porta sullo schermo il Prince of Persia che da oltre vent'anni fa sognare i videogamer incalliti: vale la pena preferire il popcorn al joypad?

Prince of Persia, la recensione del film di Mike Newell con Jake Gyllenhaal

Prince of Persia, la recensione del film di Mike Newell con Jake Gyllenhaal


Nella Persia del VI sec., il principe Dastan vede morire per una losca macchinazione il re suo padre. Accusato ingiustamente dell'omicidio, scopre con la principessa Tamina che il complotto è stato ordito allo scopo di mettere le mani sulle mitiche Sabbie del Tempo. Con l'aiuto delle proprie straordinarie capacità di guerriero e di uno sceicco bizzarro, cercherà di salvare la situazione prima che la storia della sua casata sia riscritta.
L'originale gioco di piattaforme Prince of Persia, uscito nel 1989 e creato dal game designer Jordan Mechner (qui soggettista), praticamente da solo così come spesso avveniva nella tenerà età dell'arte videoludica, è indiscutibilmente una pietra miliare. Rilanciata pesantemente da un reboot per le macchine moderne nel 2003, che porta lo stesso titolo di questo film e ha in comune con esso l'idea della sabbia che riavvolge il tempo, la saga approda al cinema per intercessione dell'accoppiata produttiva Jerry Bruckheimer – Disney. Alla luce dei risultati di questa pellicola, l'appassionato di videogiochi non potrà che rafforzare la sua corazza al perpetuarsi dello snobismo verso queste fonti d'ispirazione. “Questo film sembra un videogioco”, “una roba buona per la Playstation” sono commenti che si sprecano da anni e uscite come questa di certo non aiuteranno lo sdoganamento dell'ottava arte davanti alla “cultura alta” (agognato solo da chi lo ritenga necessario, s'intende). Eppure a ben vedere, quanto della narrazione per camere stagne, tagliata con l'accetta, piena di salti narrativi, è dovuto al materiale d'origine e quanto invece è dovuto a una moderna tendenza hollywoodiana in sede di copione? Un rapporto direttamente proporzionale tra inutili contorsioni del plot e superficialità di tratteggio dei personaggi è la piaga che affligge molti blockbuster di questi ultimi anni. Ad un tragitto interiore di un personaggio, presente ma telefonato sin dalle prime battute, si preferisce il suo coinvolgimento meccanico in un accumulo di situazioni contingenti, che negano credibili pause di respiro, eliminate da sceneggiatura e montaggio per favorire l'aspetto più puramente istintuale della visione. Che la provenienza da una struttura a “livelli” e “missioni” di un videogame possa peggiorare la situazione è argomento su cui si può dibattere, ma il problema endemico non necessita di ciò per venire alla luce: si vedano i recenti casi analoghi di Transformers – La vendetta del caduto e I Pirati dei Caraibi ai Confini del Mondo.
Nel momento in cui un film, come in questo caso, sottrae al videogioco la dimensione interattiva, dovrebbe cibarsi almeno della sua atmosfera, solo che la regia di Mike Newell, troppo concentrata su primissimi piani e dettagli, nega il respiro delle inquadrature nitide e a figura intera della controparte elettronica. Il montaggio cofirmato da Michael Kahn, l'impegno atletico di Gyllenhaal e la simpatia di Alfred Molina nel ruolo dello sceicco cercano di salvare la situazione, ma chi ama i videogame dovrebbe ricordare che Mechner nel 1997 realizzò The Last Express. Lo stesso uomo che ha scritto la storia di questo film, creò un videogame che parlava di I Guerra Mondiale, ideologie, omosessualità, anarchia, terrorismo, libertà, musica classica, visioni oniriche, amore, desolazione morale, storia europea. Prince of Persia – Le sabbie del tempo “sembra un videogame”, The Last Express lo era. Orgogliosamente e senza bisogno del cinema.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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