Pride and Glory - la recensione del film con Edward Norton e Colin Farrell

28 ottobre 2008

Il film co-sceneggiato e diretto da Gavin O'Connor è un solido noir metropolitano che più tradizionale non si può. Dati temi e situazioni, non sorprende sia stato a lungo rimandato dopo l'11/9.

Pride and Glory - la recensione del film con Edward Norton e Colin Farrell

Pride and Glory - la recensione

E un film duro, quello di Gavin O’Connor, anche sceneggiatore assieme al Joe Carnahan di Narc. Un film dove vediamo una New York sporca, violenta, decadente come da tempo non accadeva, un film che – pur evidentemente vicino all’NYPD – getta ombre e fango in abbondanza sulle forze dell’ordine della Grande Mela. E non sorprende quindi che il progetto di Pride and Glory, risalente a molti anni fa, sia stato messo a lungo da parte dopo l’ 11/9.
Una famiglia di poliziotti d’origine irlandese, sbirri corrotti e violenti e altri tutti d’un pezzo e ossessionati dalla giustizia, amici o familiari che si trovano su sponde opposte, alte sfere che vogliono insabbiare, tuguri dove vivono spacciatori e bar dove, tolta l’uniforme, i New York finest bevono birra, whisky e giocano a biliardo. C’è questo e molto altro ancora in Pride and Glory, film che abbraccia tutte le figure e le situazioni tipiche ed esemplari di un certo tipo di noir metropolitano, a loro volta derivate dal western. Ma O’Connor non voleva di certo puntare su originalità e sperimentalismo, ma dare semplicemente il suo contributo al genere restando con entrambi i pieni ben saldi nel solco della tradizionale e della tradizionalità. Di certo ci riesce, e riesce ad essere sufficientemente viscerale da evitare di dare impressioni negative come quella dell’artificiosità o del dejà vu fastidioso e reiterato. Pride and Glory è un film solido, “classico” in quel modo forse un po’ parassitario che già abbiamo visto e commentato in Appaloosa.
E proprio come il film di Ed Harris, manca di quello scatto di personalità che gli permetta d’emergere da una pur dignitosa medietà.
Scatto che O’Connor avrebbe forse potuto ottenere scegliendo la secca e ruvida essenzialità di un Narc, ché la storia glielo avrebbe permesso. Invece il regista sceglie d’inseguire un respiro ampio ed epico che è fuori dalla sua portata. Un respiro alla James Gray, regista che di questa sceneggiatura avrebbe fatto un film sicuramente memorabile.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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