Pina - la recensione del documentario di Wim Wenders

14 febbraio 2011
4 di 5

Documentario in 3D che Wim Wenders ha voluto dedicare a Pina Bausch, una delle più importanti coreografe della Storia recente, nome di punta di quel teatro-danza che, a partire dagli anni Settanta, ha rivoluzionato la concezione della danza contemporanea.

Pina - la recensione del documentario di Wim Wenders

Pina - la recensione


Pina è il documentario in 3D che Wim Wenders ha voluto dedicare a Pina Bausch, una delle più importanti coreografe della Storia recente, nome di punta di quel teatro-danza che, a partire dagli anni Settanta, ha rivoluzionato la concezione della danza contemporanea. Amico di lunga data della Bausch, il regista de Il cielo sopra Berlino stava programmando da tempo un documentario che portasse al cinema il lavoro della coreografa, in collaborazione con lei. E la morte improvvisa della Bausch, avvenuta alla fine nel 2009, ha reso il progetto ancora più urgente.

Lontano da ogni retorica agiografica legata alla persona, anche per via di un’assenza quasi totale di immagini di repertorio, Pina celebra la Bausch attraverso le sue opere, alternando riprese di nuove messe in scena di alcuni dei suoi lavori più celebri a brevi stralci d’intervista ai componenti della compagnia Tanztheater Wuppertal Pina Bausch. E, con una scelta estetica e narrativa di grande impatto, portando alcuni passi delle coreografie al di fuori dei teatri, negli spazi urbani e naturali di Wuppertal, cuore dell’attività della coreografa e dei suoi ballerini.

L’unione tra la grande forza espressiva ed emotiva di quella danza e le capacità e il gusto visivo di Wenders (finalmente al servizio di qualcosa di diverso rispetto a sceneggiature pasticcio come quelle di Palermo Shooting) rendono Pina un film d’impatto non comune.
Anche attraverso l’uso di un 3D forse non necessario ma che non esagera mai nell’effetto fine a sé stesso, Wenders riesce a catturare l’urgenza estatica e dolorosa delle coreografie rappresentate, “Café Müller“, “Le Sacre du printemps“, “Vollmond“ e “Kontakthof“. E, in unione con i brevi ricordi dei ballerini della compagnia - visivamente muti ma in voice-over, lasciando che le espressioni dei volti raccontino anche l’irraccontabile, proprio come accade con le loro performance – a sintetizzare l’essenza del pensiero della Bausch, la sua dedizione totale ad una forma d’arte che colpisce per il lavoro costante e spietato sulla corporalità e sui suoi limiti, espressivi e comunicazionali prima ancora che fisici.

E come questo lavoro sui corpi si fa evento simbolico di una condizione umana, ecco che Pina, affascinante e mai retorico, supera la barriera del puro documentario per raccontare una storia complessa che non è solo quella della Bausch ma è anche quella di tutti noi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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