Piccoli crimini coniugali: recensione del film di Alex Infascelli con Margherita Buy e Sergio Castellitto

30 marzo 2017
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Teatro riflesso nel cinema e forse viceversa, un uomo riflesso in una donna e viceversa, in un film punk e irriverente sotto la superficie dell'abito borghese.

Piccoli crimini coniugali: recensione del film di Alex Infascelli con Margherita Buy e Sergio Castellitto

In superficie, Piccoli crimini coniugali è puro teatro portato al cinema. Due soli interpreti (Sergio Castellitto e Margherita Buy: bravi, ma ci torneremo), una sola location (una casa labirintica e dall'arredamento tra il ricercato e il kitsch, che nella realtà era appartenuta a Silvana Mangano), una fedeltà praticamente totale al testo di Eric-Emmanuel Schmitt.
Eppure, sotto la superficie c'è di più, e altro, così come sotto la superficie delle parole pronunciate dai due protagonisti si nascondono altre parole: verità mascherate da bugie mascherate da verità, e così via, uno strato dopo l'altro, fino a rendere quasi inafferrabile la loro vera natura.

Con le superfici e i riflessi, col riflesso del teatro nel cinema e forse viceversa, Alex Infascelli ci gioca tantissimo, in questo suo film di finzione che arriva dopo dieci anni di silenzio interrotti solo, lo scorso anno, col fortunato S is for Stanley.
Basta vedere le scenografie, per capirlo, basta chiedersi il perché di una recitazione e di battute così artificiali e artificiose da finir con l'essere stranianti, da farti pensare che Castellitto e Buy non li puoi mica reggere così per tutto il film, e poi invece qualcosa cambia, e li reggi, e i loro toni si modificano e capisci che son stati bravi.
Perché alla fine, in questo gioco di rimandi, di riflessi, di rispecchiamenti metaforici e letterali dei due protagonisti, in questa architettura algida e assieme barocca, capisci che in Piccoli crimini coniugali, per Alex Infascelli, la superficie esaurisce in sé anche il contenuto che cela.

In un film che racconta il progressivo spogliarsi di una coppia di tutte le loro menzogne e le loro ipocrisie, delle aspettative e delle speranze reciproche che hanno invariabilmente disatteso, nell'emergere di quello che si cela sotto, con le paure maschili e femminili che si contaminano e si riflettono l'un l'altra, Infascelli sembra suggerire che il senso della coppia è anche lì in tutti quegli strati che via via vengono strappati via da parole acide e violente, parole che hanno anticipato gli atti fisici, o viceversa. Il DNA di quello che siamo, di quel che rimane quando ci troviamo disarmati davanti a un fuoco, era comunque lì fin dall'inizio.

Anche il cinema è sempre stato lì dall'inizio, in Piccoli crimini coniugali, dalle prime sequenze che attraversano con una soggettiva particolare la metafisica dell'EUR, nella scelta delle geometrie visive, nel mondo esterno schermato, in quella scena lisergica nella quale i due protagonisti vivono una sorta di apparente e superficiale tregua, nel mezzo della loro logorante battaglia verbale, attraverso la messa in scena del loro primo incontro: un flashback declinato al presente, che poi verrà anche lui rispecchiato e replicato in negativo.

Allora ecco che Piccoli crimini coniugali, come i suoi protagonisti, è un film che più è costruito e astratto e artificioso, e più è vero. Un film che rischia e scommette, che si permette anche di sorridere e far sorridere, sornione e ironico, sotto la superficie del massacro emotivo e di coppia che mette in scena. Quasi fosse un punk irriverente vestito da borghese.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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