Peterloo: la recensione del nuovo film di Mike Leigh in concorso al Festival di Venezia 2018

01 settembre 2018
2.5 di 5
8

Dire le cose giuste nel modo sbagliato: di questo parla, Mike Leigh. Ma sbaglia un po' anche lu

Peterloo: la recensione del nuovo film di Mike Leigh in concorso al Festival di Venezia 2018

Dire le cose giuste nel modo sbagliato.
Di questo parla davvero Peterloo, prima ancora che di un evento storico che è una ferita ancora aperta per l’animo britannico (sorta di repressione dei fasci siciliani ante-litteram, ma con meno morti); prima ancora di essere un volantino politico che vuole sottolineare le tante, troppe ingiustizie e gli squilibri economico-sociali dei nostri giorni; prima di essere un film dove è notevolissimo lo sforzo di ricostruzione trasparente dai costumi, dalle luci, dagli accenti, dalle scenografie.

Buona parte dei centocinquantaquattro minuti di film voluti da Mike Leigh, infatti, sono dedicati alla ricostruzione certo di un tono e di un’epoca, ma soprattutto all’attenta analisi dell’oratoria e della retorica utilizzata dai gruppi di riformatori, massimalisti e progressisti, che portarono avanti le loro istanze fino alla convocazione di quella grande manifestazione di piazza, pacifica, che il 16 agosto del 1819 venne repressa nel sangue, e che ebbe un bilancio di undici morti e centinaia di feriti.  

Tralasciamo pure il fatto che le scene di piazza e di violenza non sono girate proprio benissimo, perché non è questo il punto, e ci sta tutto che uno che Leigh, il cui film precedente era stato Turner, dia il meglio nelle scene statiche, nelle composizioni quasi pittoriche delle inquadrature, che si succedono con calma nei vari quadretti allineati dal regista l’uno dopo l’altro a costruire il racconto. Ciò che conta è altro.

Quello che conta, in Peterloo, è il racconto di una serie di figure più o meno illuminate, e più o meno in alto nella scala sociale, che parlano al popolo sostenendo tesi sacrosante, che stanno dalla parte dei più deboli per promuovere la loro coscienza di classe, e poterli mobilitare, ma che non riescono a farsi capire. Forse perché, prima di tutto, non capiscono davvero chi hanno davanti, come l’insopportabile oratore Henry Hunt, che aveva nei confronti dei ceti più poveri lo stesso paternalismo dei ricchi e dei nobili che contestava e attaccava.

Fin qui tutto bene, certamente.
Peccato allora che, ironia della sorte, Mike Leigh incappi negli stessi errori dei personaggi che vuole stigmatizzare. Perché tutti i suoi sacrosanti ragionamenti vengono penalizzati da una certa pedanteria retorica, dalla voglia di dire e spiegare troppo, da certe scelte troppo facili, da un uso dell’ironia e del grottesco nel ritrarre tutti i suoi personaggi (poveri o ricchi, nel giusto o nel torto) che spesso e volentieri risulta stonata, e fuori contesto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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