Pericle il Nero: recensione del film con Riccardo Scamarcio e diretto da Stefano Mordini

10 maggio 2016
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Libero adattamento del romanzo di Giuseppe Ferrandino pubblicato da Adelphi, unico titolo tutto italiano nella Selezione Ufficiale di Cannes.

Pericle il Nero: recensione del film con Riccardo Scamarcio e diretto da Stefano Mordini

Che Pericle Scalzone, detto il Nero, “spacchi il culo alla gente”, va preso in maniera più letterale di quanto non si pensi. Perché il personaggio creato da Giuseppe Ferrandino è sì un soldato della camorra, solo che la testa bassa e le mani in tasca alle persone non le fa tenere a suon di pugni, ma umiliandole per e violandole: sodomizzandole. 
Fermandosi a questo dato, che poi è anche l’incipit del romanzo e del film che ne è stato tratto, un personaggio del genere, animalesco e priapico, sempre pronto a far drizzare la sua arma, lo si poteva immaginare ben diverso da quello messo in scena da Stefano Mordini e Riccardo Scamarcio

Il loro Pericle, quello di Pericle il Nero, è un adulto ancora bambino, un Candido dal fallo sempre pronto (tranne quando si tratta di utilizzarlo in quello che è probabilmente il suo primo incontro d’amore della sua vita, ovviamente), che a dispetto di capacità fisiche che Mordini mostra con grande discrezione, in una scena iniziale e in un forse inutile e castissimo siparietto porno, è tutto chiuso dentro una testa dentro la quale passano incessantemente pensieri ingenui e sogni impossibili. 

Sogni d'amore. L’amore che cura, che guarisce, che redime. O, perlomeno, che fa dare una svegliata al Candido tontolone e priapico di turno. Perché dice già tutto la scelta, intelligente, di portare la storia dal sole di Napoli alle ombre e i grigiumi del Belgio atlantico: quella di Pericle il Nero non è una storia di camorra, è la storia di una presa di coscienza, di una liberazione, di una conversione. 
Scamarcio avanza lungo il film con l’inerzia e l’aria imbambolata che la parte gli richiede, si muove silenzioso e inquartato tra i chiaroscuri delle inquadrature sempre precise ed eleganti di Mordini, nelle spire di un racconto in cui si perde, senza fretta, per poi arrivare a ritrovarsi, o a ritrovare una parte di sé. 

Più di ogni altra cosa, infatti, Pericle il Nero è un film che pare trovare senso e direzione nella ricerca in sé, più che nell’esito della stessa, che gode dell’indugio e della sospensione incerta, più che della svolta risolutiva: e questo gli regala un’identità e un incedere interessanti, e personali.
Certo, a forza di annidarsi nelle ombre, di giocare con le luci a cavallo, di appoggiarsi ai cieli grigi e i mari plumbei di quella parte d’Europa, il rischio è quello di perdersi nelle nebbie di un racconto che sfugge sempre, che non si vuole far acchiappare, e che poi ti si disvela troppo bruscamente. 

Guardi Pericle il Nero, lo insegui, ti perdi con lui, ti pare di stringerlo, finalmente: magari quando nelle scene di Calais - e nel rapporto tra Pericle e l’altra solitudine del film, che ha il volto di Marina Foïs - Mordini e il suo film trovano i loro momenti migliori, fatti di una quotidianità non criminale, dell’illusione di un approdo e di un racconto più disteso, meno sincopato della bella colonna sonora di Peter von Poehl. Forse anche meno ambizioso. 
Poi, però, torna la notte, il mondo scivoloso e stiracchiato della camorra; arrivano le troppe parole che mostrano l’inafferrabilità della verità, anche se non ce n’era il bisogno. Torna la voglia di farsi ineffabile, di essere film bello e tenebroso, quando avrebbe potuto accomodarsi altrimenti nei panni meno maledetti ma dalla maggiore personalità che aveva mostrato di saper benissimo indossare.
Ma d’altronde, è lì, nel finale, che Pericle sta tornando.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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