Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo: il mare dei mostri - la nostra recensione

11 settembre 2013
2.5 di 5

Il secondo film selle avventure del giovane semidio migliora trovate visive, ma continua a soffrire con una sceneggiatura troppo infantile

Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo: il mare dei mostri - la nostra recensione

La nuova avventura del semidio Percy Jackson, alias il beniamino delle teenager Logan Lerman, ricalca le impronte lasciate dal primo episodio Il ladro di fulmini rivolgendosi molto, anche troppo esplicitamente ad una fascia di età di pubblico dai 10 ai 15 anni. Non è un crimine, ma è un peccato che manchi del tutto il tentativo di agganciare anche gli spettatori più maturi. Ciò detto, un passo avanti è stato fatto a livello visivo grazie a scenografie sia artigianali sia digitali più elaborate. In questo senso il regista di origine tedesca Thor Freudenthal contribuisce ad una maggiore vorticosità delle scene d’azione (nonostante la conversione in 3D non riesca ad esaltarla) rispetto a quanto fatto dalla regia di Chris Columbus nel primo capitolo, la cui firma peraltro rimane come produttore esecutivo. Altri avvicendamenti riguardano Pierce Brosnan che esce dal cast nel quale entra invece Stanley Tucci. Nuovo è anche lo sceneggiatore Marc Guggenheim.

Ma è sempre la sceneggiatura a rimanere il punto debole. Quella di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo: il Mare dei Mostri pecca su tre elementi. La ricerca di un agonismo tra semidei, come accadeva tra Annabeth e Percy, è affidata al nuovo personaggio di Clarisse, interpretato da Leven Rambin. I loro scambi sono compromessi dall’estenuante serie di battute che lei gli rifila con lo scopo di umiliarlo, come se fosse un semidio qualunque e non il figlio di Poseidone che ha già salvato l’Olimpo una volta. In secondo luogo la storia procede a compartimenti come se fosse un gioco da tavolo. Si tirano i dadi e si va dal punto A al punto B. Un altro tiro per andare da B a C. E così via fino alla risoluzione finale. Il terzo elemento è l’ironia, diluita sulla totalità dei personaggi che vengono così sacrificati in personalità e spesso se ne abusa anche in quelle sequenze che dovrebbero regalare un minimo di tensione narrativa. Anche il terzetto di protagonisti, Brandon T. Jackson e Alexandra Daddario oltre a Lerman, soffre per l’ingresso dei numerosi nuovi personaggi. La sequenza più riuscita è quella del taxi con le tre autiste prive di occhi che sembra uscita da un film di Harry Potter.





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