Paradiso amaro, la recensione del film di Alexander Payne

15 febbraio 2012
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Paradiso amaro è un film che invece di avere l'X Factor, possiede, secondo un critico americano, il breeziness factor, e cioè il benefico effetto di una brezza leggera.



Lontano da quell'America tutta glamour hollywoodiano, carriere fulminanti, curve e testosterone, gare sportive quasi sempre vinte oppure perse dopo estenuanti dimostrazioni di coraggio, c'è un'altra America, più dimessa e sottotono, più rassegnata e conciliante. Un'America che il cinema indipendente ha saputo raccontare come nessun altro e che, con una grazia sempre mista a disincanto, Alexander Payne è riuscito rappresentare a meraviglia sia in A proposito di Schmidt sia in Sideways. Questo mondo smarrito e confuso viene colpito da un nuovo scossone in Paradiso Amaro, film da cinque nomination all'Oscar che negli States non ha portato a casa nemmeno una recensione negativa e che è stato giudicato come l'opera migliore del regista.
Anche se l'America (continentale) è presente solo nelle radici del protagonista della vicenda, che vive sull'isola hawaiiana di Ohau, l'umanità fotografata è sempre la stessa, e il viaggio metaforico descritto è sempre quello di un antieroe, in questo caso un avvocato che si veste come se ogni giorno fosse un casual friday e che in famiglia è sempre rimasto in sordina.
Un cinquantenne che non ha né il fascino blasé del suo interprete George Clooney né quell'aria malandrina che rende Alexander Payne un micidiale tombeur de femmes.
Proprio la leggerezza di questo personaggio e la sua dimessa bizzarria consentono a Paradiso amaro di rendere malinconica e tragicomica, invece che patetica o gratuitamente struggente, una storia che sulla carta si annunciava fortemente drammatica perché alle prese con temi come la morte, il tradimento, le problematiche ambientaliste, le famiglie disfunzionali, la crisi di mezza età. Ecco il primo dei tanti pregi di The Descendants (preferiamo il titolo inglese), un film che invece di avere l'X-Factor, possiede, secondo un critico americano, il "breeziness factor", e cioè il benefico effetto di una brezza leggera. Payne lo ottiene bilanciando con un'attenzione che non sempre appare spontanea il triste e l'allegro, il divertimento e le lacrime.

Lasciando che la commedia faccia capolino, sempre con tenerezza, anche nelle scene più dolorose, il regista riesce ad esplorare il confine fra la sofferenza causata dal distacco e la rabbia che spesso si prova per l'oggetto del distacco. Con grande sensibilità, ci mostra gli stati d'animo altalenanti di chi si sta preparando a una perdita e passa dal risentimento alla quasi indifferenza, dall'incredulità alla rassegnazione. Senza risparmiarci lo spettacolo di un corpo segnato da settimane di coma irreversibile, affronta infine il mistero della morte e solleva tutte quelle domande che ci facciamo quando uno dei nostri cari sta per lasciarci: chi era veramente? Siamo riusciti a stargli abbastanza vicino? Lo conoscevamo fino in fondo?
La cosa bella, e sorprendente, è che in questo percorso di elaborazione e di riflessione sul lutto, i vari personaggi finiscono per avere poco tempo per piangere, perché la scoperta dell'infedeltà coniugale della moglie del protagonista li mette sulle tracce di un improbabile agente immobiliare, trasformando la loro avventura in uno spiritoso road-movie. Un tranquillo road-movie, perché Paradiso amaro non è un film dal ritmo forsennato, ma un insieme di quiete e di tempesta che invece di seguire la regola dei 3 atti procede per piccoli salti, per incidenti che possono provocare improvvisi cambiamenti di rotta.
L'unico modo per apprezzare questo incedere frammentato e pacato è lasciarsi trasportare dalla corrente e aspettare. Aspettare con pazienza il momento finale della separazione, che poi coincide con il miracolo di un uomo che non solo perdona gli altri, ma anche e soprattutto se stesso.




  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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