Paolo Rossi - L'Uomo. Il Campione. La leggenda, la recensione del documentario sull'indimenticabile Pablito

05 luglio 2022
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Al cinema dal 5 luglio, per ricordare la magica estate dei mondiali di calcio in Spagna del 1982, arriva Paolo Rossi - L'Uomo. Il Campione. La leggenda, un documentario premiato nel mondo, in cui Pablito si racconta in prima persona. La recensione di Daniela Catelli.

Paolo Rossi - L'Uomo. Il Campione. La leggenda, la recensione del documentario sull'indimenticabile Pablito

Paolo Rossi. Un nome italiano così comune, anonimo, quasi da impiegato di banca, che diventa famoso in tutto il mondo, legato indissolubilmente a uno dei campioni di calcio più grandi che siano mai esistiti. In questa torrida estate, in cui si ricorda quella indimenticabile di 40 anni fa, con due film sul Mondiale del 1982 (Il viaggio degli eroi e Italia 1982, una storia azzurra), non poteva mancare Paolo Rossi – L'uomo. Il campione. La leggenda, un documentario che ce lo racconta e soprattutto in cui è lui stesso a raccontarsi, col suo naturale talento di affabulatore e la sua innata simpatia, prima di lasciarci purtroppo, prima del tempo, nemmeno due anni fa. Del film di Michela Scolari e Gianluca Fellini si intuisce la destinazione al mercato estero: dopo aver raccolto premi nei festival di tutto il mondo, a dimostrazione di quanto il campione pratese sia ancora popolare, arriva finalmente anche nei nostri cinema, dove è bello rivedere il suo sorriso e ascoltare la sua voce, assieme a quella dei suoi compagni e dei fuoriclasse che lo hanno affrontato o comunque stimato, da Karl-Heinz Rummenigge a Diego Armando Maradona, da Zico a Pelé, da Platini a Falcao e Boniek, fino a quello che era il suo idolo da ragazzino, lo svedese Kurt Hamrin, che militò nella Fiorentina.

Meno coeso e compatto del film sugli eroi dei mondiali, questo ritratto di Paolo Rossi ha dentro un po' di tutto, dai materiali d'archivio, a foto e filmati personali fino all'impegno dell'ex calciatore per i bambini in Romania (appena accennato) ma ha altrettanto valore, perché racconta un uomo e uno sportivo d'altri tempi, un calciatore nato sui campetti dell'oratorio, un mondo agli antipodi di quello in cui viviamo oggi, che lo sport, come tutto il resto, rispecchia anche nei suoi lati peggiori. Bisognerebbe ricordare, come questi campioni avevano ben presente, che il calcio non è un lavoro, è una passione, in alcuni casi una vera e propria vocazione. Nella tenace determinazione del piccolo, fragile Paolo Rossi, che in rapida successione e con una medicina sportiva ancora lontana dal livello odierno, subì tre interventi al menisco, troviamo la volontà di un uomo che per realizzare il suo sogno si sottopone a mille sacrifici, continuando a lottare e chiedendo di andare in prestito dalla Juventus (dove poi regalerà moltissime gioie ai tifosi) ad un'altra squadra, sia pure di serie B, per poter dimostrare quello che sa fare.

E sono gli anni entusiasmanti del Lanerossi Vicenza, la squadra che porterà in serie A coi suoi magnifici goal “di rapina”, nella provincia che ancora lo ama e che ha avuto l'onore di salutarlo nel suo ultimo viaggio. La malattia, la fede, la vita famigliare: tutto vissuto da Rossi con la massina discrezione, lontano dalla luce dei riflettori e dalle manie di protagonismo cui siamo abituati oggi col calcio e lo sport in genere. Un uomo capace di affrontare il sacrificio, il sudore, la paura di non farcela, l'enorme peso della responsabilità di essere il calciatore che nessuno voleva ai mondiali: fermo dal calcio agonistico per una squalifica di due anni (probabilmente ingiusta), osteggiato dalla stampa sportiva che come mezza Italia voleva Pruzzo, ma difeso strenuamente dal lungimirante Enzo Bearzot e appoggiato dal resto della squadra, Paolo Rossi entrò in partita alla grande proprio quando contava, diventando il capocannoniere di quello splendido mondiale.

Un calciatore e un uomo indimenticabile, che molti sicuramente avranno la gioia di rivedere e ascoltare o di conoscere purtroppo solo adesso, così come quella di rivivere quell'estate mundial, quando in campo coi nostri bistrattati eroi ci fu un dodicesimo giocatore, il Presidente Sandro Pertini. Un'unica, doverosa nota: nei sottotitoli per l'estero del film, che abbiamo visto in uno screener, c'è scritto a un certo punto che per la strage alla stazione di Bologna si seguì la pista delle Brigate Rosse (definite di ultra destra, per di più): bene, questo è un falso storico che speriamo gli autori rettificheranno, nel caso, come pensiamo, di un errore involontario, perché, se le Brigate Rosse uccisero purtroppo molte persone in quegli anni, almeno quella colpa non l'ebbero, visto che le stragi sui treni, parte della strategia della tensione per favorire una svolta a destra dell'Italia, furono tutte – è appurato dagli atti dei processi - di matrice fascista. E quel mistero, almeno, è stato risolto. Furono anni bui, ma gente come Paolo Rossi e i suoi compagni di squadra riuscirono a illuminarli con la loro passione e il loro talento e a farci sentire meno smarriti. Un merito non da poco, per cui saremo sempre riconoscenti a questo splendido gruppo e ad Enzo Bearzot.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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