Panico al villaggio - la recensione del film d'animazione di Aubier e Patar

24 giugno 2010
3.5 di 5

Basato su una serie televisiva belga di grande successo, popolarissima anche in Francia ed in altri paesi europei (tra cui l’Inghilterra, dove a curarne l’adattamento è la Aardman), Panique au village è uno dei pochi film d’animazione ad essere mai entrato a far parte della selezione ufficiale di Cannes. Se c’è riuscito, non è solo per...

Panico al villaggio - la recensione del film d'animazione di Aubier e Patar

Panico al villaggio - la recensione

In un mondo popolato unicamente da personaggi che altro non sono che i pupazzetti di plastica di persone o animali con i quali tanti di noi hanno giocato da bambini, le cui scenografie sono realizzate da un mix di collage e animazione tradizionale, si muovono tre bizzarri protagonisti: Cavallo, Cowboy e Indiano. E i nomi non sono messi lì a caso. Di questa particolare famiglia, gli ultimi due sono i perenni combina guai e non perdono l’occasione di confermalo quando, per fare un regalo a Cavallo, si fanno consegnare per errore 50 milioni di mattoni invece di 50. Da questo incidente prenderà il via una rocambolesca serie di eventi che porterà i nostri eroi attraverso scuole di musica, boschi, e giù verso il centro della Terra, il Polo, le profondità dei mari e via di nuovo fino a casa, attraverso il passaggio permesso dallo stagno dei vicini.

Basato su una serie televisiva belga di grande successo, popolarissima anche in Francia ed in altri paesi europei (tra cui l’Inghilterra, dove a curarne l’adattamento è la Aardman), Panico al villaggio è stato uno dei pochi film d’animazione ad essere mai entrato a far parte della selezione ufficiale di Cannes. Se c’è riuscito, non è certo solo per la popolarità di cui gode: quello che colpisce di più, del film ideato e diretto da Stephane Aubier e Vincent Patar è che, pur essendo un prodotto perfettamente fruibile per i bambini di tutte le età (e forse a loro primariamente indirizzato), è in grado di conquistare gli adulti con la sua folle ed anarchica creatività.

Panico al villaggio è infatti caratterizzato da uno humour non-sense ed obliquo che ignora e sovverte ogni regola della logica e della fisica, per non parlare dell'andamento "tradizionale" della narrazione. Non è un caso se, per le serie televisive con protagonisti gli stessi personaggi, in patria abbiano tirato in ballo gente come Tati o Keaton, per quanto gli autori rivendichino la loro autonomia creativa.
Il ritmo, tenuto anche conto della durata molto breve del film, solo un’ora e un quarto, è elevato e senza sosta, e le invenzioni visive e narrative di Aubier e Patar si susseguono instancabili, sempre con grande attenzione ai dettagli.

E l’estetica rigorosamente retrò e low-fi del film fa tratti tornare alla memoria certi esperimenti con la stop-motion di un certo Michel Gondry.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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