Palazzo di giustizia: recensione dell'opera prima di Chiara Bellosi presentata al Festival di Berlino 2020

25 febbraio 2020
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Uno sguardo personale negli angoli meno illuminati di un tribunale e dei suoi più o meno casuali abitanti, in un giorno qualsiasi.

Palazzo di giustizia: recensione dell'opera prima di Chiara Bellosi presentata al Festival di Berlino 2020

Ogni istituzione è legata a un luogo, che a sua volta racchiude tanti significati, simboli e una folla che ogni giorno popola una sede che è la proiezione pubblica di quello che viene deciso, o rappresenta, all’esterno, nelle nostre società. Qualcosa che uno dei grandi documentaristi dei nostri giorni, Frederick Wiseman, sa così bene che ha trasformato buona parte della sua produzione nell’osservazione paziente e infinita di mille rituali delle istituzioni e dei luoghi d’America, e non solo. Proprio la sua lezione ha spinto l’esordiente milanese Chiara Bellosi a piazzare il suo sguardo in un Palazzo di Giustizia, in particolare quello della sua città. Inizialmente l’idea era di trarne un documentario, mentre poi giornate di appostamenti nei mille anfratti di quel crocevia di umanità in attesa l’hanno portata a isolare un processo, e soprattutto le persone che nel corso di una giornata, dopo la sentenza, avrebbero visto la vita cambiata per sempre.

Entriamo con discrezione, nella confusione di una mattina in cui il gigante si sta mettendo in moto, passando per il bar, il bagno, le scale, l’atrio ampio e minaccioso della corte d’assise e infine nel cuore dei successivi 84’, nel corridoio su cui si affaccia l’aula in cui si decideranno le sorti di una giovane madre, Angelina, e della figlia di 7 anni, Luce, che ci conducono all’interno dell’antro di questo vero e proprio protagonista del film, il Palazzo di Giustizia.
Le due si siedono da un lato, mentre scopriamo presto che sono in attesa di capire cosa sarà del padre/fidanzato, sul banco degli imputati per aver rapinato un benzinaio insieme a un complice, vittima della reazione del derubato che gli ha sparato, uccidendolo, mentre già i due erano in fuga col malloppo. Dall’altra parte del corridoio un’altra panca, occupata durante l’udienza da una sola persona, poco più igiovane di Angelina, l’adolescente Domenica, figlia del benzinaio, a sua volta imputato per l’eccesso di legittima difesa con cui ha reagito.

I due schieramenti sono in attesa, si studiano fra di loro fra silenzi e lampi di ostilità, ma soprattutto riflettendo su cosa succederà a fine serata. Torneranno insieme al loro caro, o da soli? In ogni caso questa giornata come tante altre, rumorosa e attiva, con momenti di silenzio improvvisi durante le udienze nelle varie aule, cambierà il loro destino. Uno dei non pochi meriti di Chiara Bellosi e trasmetterci la netta sensazione, attraverso un racconto minimale e legato a piccoli gesti e solenni attese, come il cambiamento non sarà solo un dramma o uno scampato pericolo, ma le due fazioni, rivolte una di fronte all’altra come prima di un duello western, arriveranno a fine giornata cambiate, avranno a loro modo superato un test di maturità necessario al loro percorso di crescita.

Una bella sorpresa, una piccola storia nascosta nelle piaghe più anonime di un enorme macchina emotiva impersonale, l’esordio di Chiara Bellosi ha una sceneggiatura di ferro e si giova di volti e interpreti sempre calzanti. Un plauso speciale, parlando di maturazione, per Daphne Scoccia, in pochi anni passata con credibilità e disinvoltura da adolescente problematica nell'esordio, Fiore, a giovane madre con la famiglia in bilico.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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