Paddington - la recensione della fiaba per i più piccoli

17 dicembre 2014
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Uno dei personaggi più popolari della letteratura anglosassone per l'infanzia sbarca al cinema

Paddington - la recensione della fiaba per i più piccoli

Appartenente a una specie in via d'estinzione, l'orsetto protagonista di Paddington parla e interagisce con gli esseri umani, è ghiotto di marmellata e arriva a Londra in cerca di sistemazione, direttamente dalla sua terra natìa, il Perù. Qui viene adottato dalla famiglia Brown, che lo battezza ispirata dalla stazione in cui lo raccoglie. Travolti dalla sua liberatoria ingenuità, lo difenderanno dalle mire di una folle tassidermista, Millicent.

Michael Bond, cameraman per la BBC negli anni Cinquanta, ha inventato l'orsetto nel 1958, ispirato da un giocattolo di peluche rimasto solo su uno scaffale dei grandi magazzini. E' stata la sua fortuna: oltre mezzo secolo dopo, ha pubblicato l'ultimo libro dedicato all'orsetto proprio quest'anno. Dopo tre adattamenti in animazione per la tv (nel '75, nell'89 e nel '97), l'orsetto passa ora attraverso la cura David Heyman, già producer cinematografico di un altro mito contemporaneo britannico, Harry Potter. Come è successo a David Yates, regista degli ultimi capitoli della saga del maghetto, anche l'autore di questo film, Paul King, viene dalla tv inglese e cerca di bilanciare il gusto british della serie con le esigenze di una produzione internazionale.

Come prodotto per l'infanzia, Paddington funziona molto bene, inutile negarlo: il protagonista, ingenuo ma non tonto come il più famoso connazionale Winnie Pooh di Milne, è intraprendente e divertente, disarmante quanto basta a innestare una visione paradossale della vita quotidiana, come faceva il buon vecchio Alf (chi se lo ricorda?). E scuote anche la vita familiare, sciogliendo le ansie del capofamiglia, maniaco di un controllo che con Paddington per casa non si può garantire affatto. Tenerezza e suspense leggera sono garantiti, e la confezione dal punto di vista tecnico, soprattutto fotografico, è raffinata.

I più grandicelli tuttavia potrebbero cedere alla tentazione di scavare sotto la superficie così accattivante, e qualcosa scricchiola. Il fotorealismo della CGI con cui è animato il personaggio è piuttosto straniante, nonostante la cura dell'animazione, e comunque lontano dalla naturalezza attivata dall'immaginazione di un lettore, appena solleticata dalla sintesi delle gentili illustrazioni nei libri. Nel tentativo inoltre di allestire una vicenda più lunga dell'usuale narrazione episodica che Bond usa sulla carta, King mira a un respiro più epico e snatura un po' la leggerezza che ha tenuto magicamente sospeso a mezz'aria il personaggio per quasi sessant'anni: il mitico meschino vicino di casa Mr. Curry è costretto a diventare un lacché provvisorio di un villain vero e proprio, con le fattezze di una Nicole Kidman dai piani malvagi e sanguinari, in un registro fuori contesto. Così come azzardata nell'atmosfera originale sembra una gag scatologica cerumecentrica.

Meno male che questi dubbi sono se non cancellati almeno mitigati da due sorrisi che illuminano lo schermo: quello della spiritata mamma Sally Hawkins e soprattutto del sempre simpatico Jim Broadbent, nel ruolo dell'antiquario amico e confidente dell'orsetto. Se è il suo signor Gruber a offrire a Paddington il tè e l'usuale spuntino di metà mattinata, la sospensione dell'incredulità è salvaguardata.




  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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