Ouija - la recensione dell'horror prodotto da Jason Blum e Michael Bay

22 dicembre 2014
2.5 di 5
16

Poche sorprese e spaventi calibrati per un film manifestamente diretto ai teenager.

Ouija - la recensione dell'horror prodotto da Jason Blum e Michael Bay

La tavoletta per evocare gli spiriti nasce, in forma rudimentale, tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, viene perfezionata e messa in commercio nel 1890 e nel 1901 acqusta il nome con cui è conosciuta, Ouija (dall'unione della parola sì in francese e in tedesco). Diventa in era moderna un gioco da tavolo per ragazzini e dal 1991 è proprietà della Hasbro che la commercializza in massa.

Nel 1973 la piccola Regan MacNeil nell'Esorcista comunicava col misterioso Captain Howdy proprio con una di queste tavolette e nel 1986 un horror per teenager intitolato Spiritika e oggi dimenticato (non dagli autori di Ouija visto che “non giocarci da solo!” era uno degli slogan del film),  la metteva al centro della vicenda. Nell'immaginario popolare prendere con leggerezza queste cose porta con sé un rischio mortale e il cinema dell'orrore si è spesso servito di queste credenze. Poi è arrivata la Blumhouse coi suoi horror da 5 milioni di dollari, che in questo caso unisce le forze con la Platinum Dunes di Michael Bay, la Hasbro e la Universal. Sarebbe stato lecito, dunque, aspettarsi qualcosina di più.

E invece Ouija, alla fine, è solo uno scary movie per ragazzini piuttosto addomesticato, in cui i protagonisti mettono in atto tutti quei comportamenti che in questo genere di film (come ammoniva il metacinema di Scream) portano a morte certa e orribile.

Il plot è frettoloso e meccanico: subito dopo il funerale della figlia trovata impiccata, gli affranti ma rassegnati genitori partono per destinazione ignota e lasciano la casa a disposizione di Laine, la sua amica del cuore. E' lei che trova la tavoletta che ha portato la ragazza alla morte e convince gli amici ad usarla per cercare di contattarla e chiederle spiegazioni per questo gesto inatteso. Se nella premessa le avevamo viste giocarci da piccole, ripetendosi la regola di non farlo mai da sole, niente può arginare la curiosità e il potere d'attrazione degli spiriti maligni che vogliono tornare a far danni nel nostro mondo. E' così che anche la nostra eroina (interpretata da Olivia Cooke, la dolcissima Emma di Bates Motel) nonostante l'evidenza e le raccomandazioni della nonna (e chi non ne ha una esperta in materia?) viene imbrogliata dal Male e deve sporcarsi le mani in prima persona per rimediare al disastro che ha combinato.

Come vuole il cliché del genere, tutti i ragazzi sono dotati di un coraggio straordinario: anche se vengono decimati come i piccoli indiani di Agatha Christie, non esitano a salire in soffitte buie e polverose e a scendere in cantine strette e oscure per cercare cadaveri e segreti. Quello che accade, però, è prevedibile ai limiti della noia. Perfino le apparizioni temute e immaginate, alla prova dei fatti si rivelano deludenti e di maniera (e qui si rimpiangono – in massa - i fantasmi giapponesi).

Come ha raccontato la protagonista, gli attori sono stati richiamati a riprese finite per rigirare il 50% del film, il che spiega i buchi di sceneggiatura e il fatto che la narrazione manchi a tratti di logica e necessità. Peccato, perché poteva venirne fuori almeno un discreto B-movie alla Corman, come per un attimo ci induce a sperare l'entrata in scena di Lin Shaye, che sembra quasi introdurci al terzo capitolo di Insidious. Ma i due mondi non si incontrano, ed è probabile che i produttori abbiano approfittato della presenza dell'attrice sul set di quel film per cercare – purtoppo invano - di dare più sostanza a questo.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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