Oro Verde - C'era una volta in Colombia Recensione

Titolo originale: Pájaros de verano

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Oro Verde - C'era una volta in Colombia: recensione del film di Ciro Guerra e Cristina Gallego

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Oro Verde - C'era una volta in Colombia: recensione del film di Ciro Guerra e Cristina Gallego

Bisogna dirlo, per onestà intellettuale, e anche per evitarvi frettolosi errori di giudizio: l’inizio di Oro Verde - C'era una volta in Colombia (ruffianissimo titolo italiano di Pájaros de verano, che vuol dire "uccelli estivi") è di quelli che potrebbero far scappare dal cinema a gambe levate tantissimi spettatori.
A dirla tutta, c’è mancato pochissimo dissuadesse anche me dal proseguire la visione. E per inizio intendo perlomeno i suoi primi quindici minuti almeno: formalmente eleganti in maniera sobria, e magari anche propedeutici a tutto quello che avverrà dopo, certo, ma comunque a modo loro esponenti di quel modo di far cinema d’autore forzatamente etnografico e festivaliero che risulta indigesto a molti cinefili, figuriamoci poi agli spettatori comuni.
Eppure - e la magia di questo nuovo film di Ciro Guerra (e Cristina Gallego) sta proprio lì - questo inizio così provocatoriamente sfacciato e per nulla diluito, sarà complice nella capacità di donare una complessità nuova e diversa, e una personalità singolare, alla storia di narcotraffico e ambizione smodata che gli farà seguito.

Penisola della Guajira, nord della Colombia, vicino al confine col Venezuela.
È lì che vivono i Wayuu, una popolazione indigena con lingua, usi e tradizioni tutti suoi, e con una profonda spiritualità. Una spiritualità che Guerra e Gallego riportano nel loro film, e che li distingue dagli alijunas, ovvero dagli altri popoli e dalle altre etnie.
Rapajet è giovane e ambizioso, è un Wayuu ma è stato cresciuto dagli alijunas, appartiene quindi a due mondi, come a due mondi (quello del cinema d’autore e a quello di genere, appartiene Oro verde). E se per sposare la bella Zaida Rapajet dovrà rafforzare e dimostrare la sua identità etnica, la sua conoscenza del mondo gli servirà per diventare, da modesto commerciante di caffè, un trafficante internazionale di marijuana. Iniziando a vendere agli americani dei Peace Corps alla fine degli anni Sessanta e espandendo il suo commercio su scale ben maggiori.

Quello di Guerra e Gallego è un film che racconta di un’epopea criminale con tutti i crismi e le sue tappe obbligate - dall’ascesa alla caduta passando per tappe inevitabili come i dissidi tra soci, le nuove alleanze, le crisi e gli scontri tra i clan - con la capacità di generare epica e tensione del miglior cinema americano, con parole d’ordine universali e riconoscibili: ambizione, avidità, onore e passione. Allo stesso tempo, è una saga familiare fatta di presagi e premonizioni, trasgressioni e condanne, speranze e delusioni.
Questi due aspetti, in Oro verde, non procedono però semplicemente in parallelo, né si limitano a intrecciarsi, ma si rispecchiano costantemente, e anzi procedono in simbiosi, interdipendenti, con azioni che vengono da una parte e vedono le loro conseguenze fiorire dall’altra, e viceversa.
Come già nel precedente (e tutto sommato più coerente) El Abrazo de la Serpiente, anche in Oro verde Guerra e Gallego puntano fortissimo su una forma capace di essere lineare e pulita eppure anche sinuosa e ipnotica, nella quale trovano corrispondenza, in maniera sempre più evidente col procedere delle vicende, una narrazione che diventa astratta e quasi surreale, esoterica, senza mai perdere contatto con la concretezza dei corpi e delle vite che ne sono contenuti.

Se alla superficie del racconto corrisponde una sostanza narrativa universale e innegabile, un piccolo sospetto, legato all’elemento documentario e antropologico sempre così fortemente presente, e a tratti perfino insistito da parte di Guerra e Gallego, può però sorgere. Il sospetto per cui le apoteosi critiche con cui Oro verde è stato accolto da Cannes in avanti siano nate proprio grazie a quella sua rilevanza, a quell’incipit così insistito e a certi suoi ritorni; e che senza quel versante sarebbe stato declassato da opera degna degli olimpi cinefili a semplice film di genere. Un genere contaminato dalla storia di un popolo e di un paese, certo, ma pur sempre di genere.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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