Ore 15:17 - Attacco al treno, recensione del nuovo film di Clint Eastwood

08 febbraio 2018
2.5 di 5
60

Da una storia realmente accaduta, un film che riflette sulle ingenuità dell'America ma anche sul suo cuore puro e generoso.

Ore 15:17 - Attacco al treno, recensione del nuovo film di Clint Eastwood

Clint Eastwood racconta la storia vera di tre ragazzi americani in viaggio per l’Europa che hanno sventato, a mani nude, un attacco terroristico su un treno in viaggi da Amsterdam a Parigi. Data questa premessa, era lecito aspettarsi un film d’azione: magari non in stile Arma letale o Liam Neeson, per carità, ma pur sempre un film d’azione.
E invece l’ottantasettenne regista americano spiazza scegliendo un’altra strada, un altro stile, un altro racconto: perché Ore 15:17 - Attacco al treno (anche il titolo è vagamente sviante, simile all’originale The 15:17 to Paris nella forma, ma non nel significato) in realtà di azione ne mostra ben poca, e quella che mostra la racconta con uno stile ben lontano dalla spettacolarità hollywoodiana.  

Lo si poteva forse intuire, il taglio che interessava a Eastwood, dalla scelta di far interpretare il ruolo dei tre protagonisti della storia ai veri Anthony Sadler, Alek Skarlatos e Spencer Stone: tre giovanotti di Sacramento che hanno finito per ricevere la Legion d’Onore e per balzare agli onori della cronaca per aver fatto, semplicemente (quasi come il Capitano Sullenberg, si potrebbe dire) ciò che è giusto. Per aver lottato per il bene.
Il taglio in questione è quello del realismo, di un realismo quasi documentario, visto che ciò che accadde su quel treno non è per nulla dilatato né reso inutilmente epico, ma viene raccontato nei pochi minuti degli eventi reali e con una semplicità disadorna e un po’ piatta, dove il piano della ricostruzione è del tutto evidente.

Per almeno 70 dei suoi 94 minuti di durata, Ore 15:17 - Attacco al treno si concentra su quello che è avvenuto prima, a partire dall’infanzia di questi tre amici per la pelle - due bianchi e un nero, va sottolineato - che fin da ragazzini sono cresciuti un contesto che oggi definiremmo trumpiano: scuole cattoliche, passione per i giochi di guerra, mito per le forze armate. Due di loro sarebbero diventati soldati davvero, e uno in particolare, Spencer Stone con una volontà che ne superava la capacità: perché sentiva che la sua vita lo stesse spingendo verso qualcosa di particolare, di importante per sé e per gli altri.
Raccontando la storia di questi tre ragazzi, e in particolare quella di Stone, Eastwood racconta di un’America sì patriottica, cristiana, conservatrice (come poi è lui), ma che non per questo debba essere l’America razzista, bigotta ed egoista con la quale l’attuale Presidente americano viene identificato.

Stone e i suoi amici - e una sceneggiatura dell’esordiente Dorothy Blyskal che è poco più che un compitino su commissione ce lo ricorda con evidenza e ciclica frequenza - sono l’incarnazione di quell’America che è magari goffa, sempliciotta, monodimensionale, che pensa per stereotipi (tutti quelli accumulati da Eastwood nel viaggio europeo dei ragazzi che tocca Italia e Germania e Olanda), che sbaglia e si affanna, e si crede una potenza (a una guida berlinese va il compito di ricordare ai protagonisti che Hitler si tolse la vita mentre erano i russi a entrare in città, mica gli americani), ma che lo fa sempre con le migliori intenzioni.
Un’America che gioca con le armi va alla guerra, ma mica per far stragi o ammazzare i cattivi, ma per salvare i buoni: l’America dei cowboy, prima che questa parola diventasse sinonimo di "guerrafondaio", i cowboy di certi western minori degli anni Cinquanta dove l’eroe era buono, integerrimo, e sempre lindo.

Quelli erano western ingenui e pulitini, a volte fasulli e un po’ ridicoli, ma edificanti, e progressisti perfino nel loro conservatorismo. È un film così, quello che il vecchio Clint, a ottantasette anni, ha voluto fare.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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