Operation Chromite: recensione del film di guerra coreano con Liam Neeson

19 luglio 2017
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Un episodio chiave della Guerra di Corea raccontato con chiari riferimenti alla situazione geopolitica attuale.

Operation Chromite: recensione del film di guerra coreano con Liam Neeson

Da più di vent'anni, oramai, la Corea del Sud è una delle grandi potenze cinematografiche orientali e mondiali, con tantissimi film prodotti - che spaziano dal genere puro fino al cinema d'autore più raffinato - e ottimi incassi al botteghino nazionale. Senza contare i tanti film che vengono presentati regolarmente ai grandi festival internazionali.
Di tutta questa grande produzione, però, in Italia vediamo poco o nulla: nelle nostre sale dei grandi film coreani non arriva nemmeno la punta dell'iceberg, e solitamente a emergere è il cinema più autoriale destinato a una fascia residuale di pubblico.
Assenti quasi del tutto, invece, i blockbuster di genere, che assumono di preferenza le fattezze del thriller, dell'action e dell'horror, che invece potrebbero fare gola al nostro pubblico, con i loro elevatissimi standard produttivi e (spesso) anche artistici.

Che nei cinema italiani arrivi Operation Chromite, quindi, è una sorta di eccezione. Che però, va detto, non è tanto dovuta al fatto che il film sia un kolossal di guerra, o che sia stato campione d'incassi in patria: si potrebbe scommettere con grande sicurezza che a portare in Italia il film di John H. Lee è stato, ben prima di tutto il resto, il faccione di Liam Neeson che campeggia sulla locandina.
Un Neeson che mette momentaneamente da parte le storie di vendetta che tanto ama di recente e che indossa invece uniforme (e pipa di pannocchia) d'ordinanza per interpretare il Generale Douglas MacArthur.

Sì, perché Operation Chromite è un film che racconta fatti realmente accaduti durante la Guerra di Corea, quando proprio MacArthur s'incaponì sulla necessità di far sbarcare truppe americane a Incheon, per tentare di vincere la guerra, e che a questo scopo organizzò una missione segreta che prevedeva l'invio sotto copertura di un gruppo di ufficiali e agenti sud coreani proprio a Incheon allo scopo di ottenere informazioni vitali allo sbarco.

Più thriller spionistico che film di guerra tradizionalmente inteso, un quarto di MacArthur e delle sue beghe tattico-politiche, tre quarti d'azione sul campo tutta coreana: queste le proporzioni del cocktail di Operation Chromite, che per essere un film coreano di genere è molto medio, proprio perché molto ambizioso, proprio perché racconta una vicenda sentisissima e che risente ovviamente delle tensioni internazionali, oggi forti forse più che mai, con la Corea del Nord.
Tanta retorica patriottica, quindi, tantissima ed esplicita condanna all'ideologia che acceca, annichilisce, disumanizza. Un po' di confusione, anche, in un turbinare di eventi e personaggi che non è sempre chiarissimo, e si sarebbe potuto sicuramente rendere più asciutto, così come più asciutte potevano essere le battute messe in bocca agli attori: e se i coreani, dall'alto della loro abituale bravura, ce le fanno digerire, con l'attore irlandese le cose non vanno altrettanto bene.

In patria, Operation Chromite, è andato fortissimo, e non certo per via di Liam Neeson. Ma non è di sicuro uno dei migliori film coreani della stagione, e sarebbe stato bello ne fossero arrivati (anche) altri, prima o dopo di lui.
E però, il giorno che il cinema italiano sarà in grado di raccontare una vicenda di questo tipo, un episodio chiave della nostra storia, con questo livello produttivo, forse potremo anche sperare che dall'estero arrivino finalmente i titoli migliori.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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