Omicidio all'italiana - la recensione del secondo film di Maccio Capatonda

01 marzo 2017
2.5 di 5
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Una satira grottesca dei tanti vizi italiani, con pochissimo spazio per le virtù.

Omicidio all'italiana - la recensione del secondo film di Maccio Capatonda

Piero Peluria (Maccio Capatonda), sindaco di Acitrullo, immaginario paese sperduto dell'entroterra abruzzese, non sa più come rilanciare il suo borgo, tagliato fuori dal mondo. Quando la Contessa Incazzati defunge in seguito a un incidente domestico, decide con suo fratello Marino (Herbert Ballerina) di simulare un omicidio, ispirato dalla trasmissione "Chi l'ha acciso", condotta da Donatella Spruzzone (Sabrina Ferilli). L'arrivo della troupe del programma ad Acitrullo attirerà l'attenzione sul paese e cambierà le sorti di molti...

Marcello Macchia alias Maccio Capatonda, alla sua opera seconda dopo Italiano medio, con Omicidio all'italiana cerca di far compiere un passo avanti alla sua comicità demenziale (in Italia sostanzialmente inimitabile), allargardone il respiro: non solo dal punto di vista produttivo, ma proprio da quello del racconto, più coeso e debitore del "cinema vero", quello che mette in gioco attori come Sabrina Ferilli, Gigio Morra (il commissario) e Roberta Mattei. Sulle spalle di quest'ultima poggia un personaggio inusitatamente "normale", la poliziotta Sandra Pertinente, voce della ragione di fronte alla deriva di una nazione guidata da tv spazzatura, social cerebrolesi, politici inetti, funzionari ridicoli, omologazione, mode effimere e totale assenza di morale. Nonostante infatti in Omicidio all'italiana non manchino le uscite surreali e i non sequitur che qualsiasi fan di Padre Maronno, Mariottide, Jerry Polemica & C. conosce benissimo, il film è concepito come una macchina fustigacostumi che non nasconde tali ambizioni. Così facendo, Macchia lascia che gli elementi "capatondiani" s'intreccino con la commedia all'italiana più aggressiva e manierista (viene da pensare a I nuovi mostri): uno stile contaminato che passa per i Monty Python, tornando ora alle radici del cinema nostrano del dopoguerra e oltre.

Ci dispiace però sinceramente, da fan della ShortCut più fulminante e delirante (stile Vieni al Piccol, per capirci), scrivere che questo non ci sembra un passo avanti, bensì indietro. Concedere a Ferilli / Spruzzone una riflessione amara (seria!) sul funzionamento di una certa tv, fornire il pubblico di una presenza antidemenziale importante con Mattei / Pertinente, e in generale bilanciare l'adorabile scemenza con la razionalità, è apparso a chi scrive un annacquamento dell'originalità della squadra Capatonda. Soprattutto, oggettivare la demenzialità che tanto adoriamo con un lucido sguardo di compatimento interno al film alza sì le ambizioni, ma riduce l'autoironia. In Italiano Medio era l'autoironia che controbilanciava i messaggi più risaputi, polveri già di per sè piuttosto bagnate dopo anni di dibattiti, accuse e lamentele sugli stessi social che il film ridicolizza. Forse perché la squadra era rimasta impermeabile proprio a quel cinema al quale ora Macchia e la sua brigata aprono uno spiraglio. Provare ad evolversi è segno di rispetto del pubblico, e questo a Capatonda va senz'altro riconosciuto, ma guadagnando in professionalità tecnica, controllo stilistico e fruibilità allargata, qualcosa della freschezza originale forse si disperde.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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