Touch Me Not: recensione dell'esordio della rumena Adina Pintilie Orso d'oro alla Berlinale 2018

24 febbraio 2018
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Percorso nel recupero dell'intimità discusso vincitore a Berlino.

Touch Me Not: recensione dell'esordio della rumena Adina Pintilie Orso d'oro alla Berlinale 2018

Non è certo un automatismo che quanto piaccia alla critica venga apprezzato, e premiato, da una giuria di un grande festival internazionale. Recentemente è frequentemente vero il contrario; ma a nostra memoria mai c’è stata una tale distanza fra un film vincitore, in questo caso dell’Orso d’oro alla Berlinale 2018, e le stroncature quasi unanime su giornali e web, almeno italiani. L’opera capace di tutto ciò, e quindi in grado di ottenere in pieno il suo principale obiettivo programmatico, è l’esordio della rumena Adina Pintilie, solo omonima del celebre Lucian, Touch Me Not.

Fin dal titolo intuiamo la volontà di provocare dell’esordiente, che gioca costantemente, anche nelle sue dichiarazioni, su quanto il film sia un documentario, quindi realtà, e quanto messa in scena. “Dimmi come hai amato, così che possa capire come amare”, dice all’inizio del film una voce, quando ci viene svelata una donna cinquantenne, alle prese con un suo percorso di recupero del piacere, mentre una regista sfonda la quarta parete e si rivolge allo spettatore mentre prepara una macchina da presa.

L’intimità, per defizione “la sfera dei sentimenti e degli affetti più gelosamente custodita contro la curiosità e l’indiscrezione altrui”, qui viene violata dalla presenza costantemente ribadita di un terzo sguardo, quello della messa in scena stessa. Il che fa perdere senso e immedesimazione, con cinica freddezza, alla serie di tentativi, della donna in questione e poi di altri personaggi, di provare un piacere di cui però hanno anche molta paura. Il tutto, ci ricorda la regista, “per violare meccanismi di difesa e tabù, per essere finalmente liberi”.

Non si capisce quale sarebbe questa libertà mancata, né il senso del percorso che la Pintilie costringe lo spettatore a subire, come un’installazione modaiola di video arte, fra esibizione di nudità che non si sa perché dovrebbero ancora scioccare, utilizzo ambiguo e morboso di deformità fisiche, sotto la bandiera dello spingersi oltre, del cambiare il nostro concetto di bellezza. La malizia sembra così palese, in una banalizzazione della bellezza, ridotta a un catalogo estetizzante tanto e quanto nelle omologazioni che vorrebbe denunciare.

Una specie di work in progress, a cui la regista lavora da oltre dieci anni, un esperimento con cavie umane, ingrandite come insetti al microscopio, da una camera che si muove in un laboratorio bianco vivido, sempre ambiguo e ridondante, che minaccia di dare un seguito a queste due ore già sufficientemente sgradevoli e grondanti arroganza e poco rispetto per lo spettatore. Colonna sonora cacofonica inclusa, incapace però di evitare che affiori una noia assuefatta dopo pochi giri di epidermide.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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