Of Fathers and Sons: recensione dello sconvolgente documentario del siriano Telal Derki nominato all'Oscar

23 settembre 2019
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Un viaggio dentro la quotidianità di padri e figli dello stato islamico.

Of Fathers and Sons: recensione dello sconvolgente documentario del siriano Telal Derki nominato all'Oscar

Abu Osama è sempre lui. È un barbuto integralista islamico del nord della Siria, in prima fila durante la guerra che ha sconvolto (non che sia finita ancora) il suo paese negli ultimi anni. Vive nello stato islamico, fa parte di Al Qaida, nello specifico della sua anima siriana, il fronte al-Nusra, è sunnita e lotta contro il regime di Bashar al-Assad, e i suoi ‘infedeli’ sciiti (per lo più di fede alauita), ma anche contro i maiali americani e alleati, i “gruppi moderati” da loro appoggiati, e più o meno chiunque altro. Abu Osama è sempre lui, quando bacia e coccola affettuosamente i più piccoli dei suoi otto figli, così come quando viene chiamato per sminare dei terreni appena conquistati dai suoi, ma è sempre lui anche quando fa il cecchino e urla per farsi passare un altro fucile, quando ha colpito il nemico, una prima arma si inceppa, e cerca disperatamente di finirlo prima che lo traggano in salvo.

Il documentario Of Fathers and Sonsdel siriano berlinese Telal Derki, candidato all’oscar lo scorso anno dopo aver vinto il Sundance, è pieno delle infinite contraddizioni del suo inquietante protagonista, e dei grandi e piccoli che popolano la più raggelante testimonianza di cosa voglia dire lottare, ma anche vivere ogni giorno, con l’obiettivo di costruire il califfato. Ma allora che rapporto avete con l’ISIS, come chiede una delle poche volte in cui interviene durante il film il regista, che si spaccia per fotografo simpatizzante della causa? “Hai presente quando hai due figli, uno è più obbediente, l’altro più ribelle?”, risponde paziente il protagonista. “Qual è il tuo preferito? Naturalmente il più obbediente, quindi Al-Qaida”.

Il film è costruito sui due binari in cui si sviluppa la vita del padre (Abu Osama) e dei figli, che neanche sanno parlare e vengono già invitati a recitare il Corano, scimmiottano i grandi quando giocano con gli altri coetanei, finendo per fare a pugni in cerca della propria vittoria finale, la vittoria del più forte. Derki ha fatto un lavoro incredibile, embedded in un contesto che mai abbiamo avuto la possibilità di osservare così da vicino, cercando di anticipare, attraverso i bambini, quale potrà essere l’eredità della guerra.
Un viaggio dentro uno stato islamico che si presenta diverso come ce lo potevamo aspettare. Non mancano le risate goliardiche, ironia e affetto fra famigliari e combattenti, mentre si insinua sempre più strisciante la coscrizione obbligatoria, la scuola che diventa con la pubertà addestramento militare e indottrinamento a un islam fasullo, fondamentalista, letto con ignoranza.

Due anni filmando continuamente la vita di questa famiglia radicale, ignorando totalmente le figure femminili, visto che le due mogli/madri che vengono solo citate di sfuggita come catena di montaggio da gravidanza. Non ci viene risparmiato un esplosione che ha colpito Abu Osama, che gli fa perdere un piede e parte di una gamba - “ma ho pregato, esaudito, che non fosse quella destra” -, ma segue soprattutto Osama e il fratello Ayman, 13 e 12 anni, i due maggiori, chiamati in onore di Osama Bin Laden e Ayman Al-Zawahiri. Ma c’è anche Mohammed-Omar, nato proprio l’11 settembre 2007, dopo sei anni di preghiere, omaggio duplice al capo degli attentatori delle torri gemelle, Atta, e l’Emiro leader di quei talebani che il capo famiglia ama alla follia.

Osama vuole fare il jihad, è fra i più bravi quando si tratta di mettersi una divisa e giocare a fare la guerra, ma con armi vere, mentre Ayman preferisce di gran lunga la scuola. Non saranno risposte ideologiche o meditate, ma solo istintive, di due figli che ammirano e adorano il padre, ma questi due futuri adulti sembrano biblicamente i possibili capostipiti di due maniere in cui reagire e indirizzarsi verso un futuro a guerra finita.
Solo il tempo ci illuminerà sul futuro di quella terra splendida e martoriata, anche se tutti sembrano convinti che “la guerra sarà molto lunga”. Quello che è certo è che Of Fathers and Song è il ritratto più sconvolgente e veritiero della vita fra i militanti per lo stato islamico, senza fronzoli o sovrastrutture, che cerca di mettere a fuoco un mondo che abbiamo sempre finora visto solo sullo sfondo, con bandiera e turbante nero. Quasi come fossimo tutti tornati all’infanzia, esposti come siamo (stati) agli attentati nelle nostre città, alle prese con un boogeyman che ci aspetta sotto il letto.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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