Nureyev - The White Crow: recensione del film di Ralph Fiennes sul ballerino russo

25 giugno 2019
3.5 di 5
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Un biopic tradizionale ma non troppo che incrocia tre piani temporali e ha una regia raffinata.

Nureyev - The White Crow: recensione del film di Ralph Fiennes sul ballerino russo

E’ un esteta, Ralph Fiennes, un amante della bellezza fatta arte, dei romanzi e delle poesie, della Russia con la sua letteratura dei racconti dei bassifondi e della sua malinconia come condizione dell'anima, e del balletto, di Rudolf Nureyev in particolare, tenuto d'occhio da oltre 20 anni e avvicinato grazie al monumentale libro biografico di Julie Kavanagh. A guardare la fotografia sulla sua copertina, risulta immediatamente evidente la somiglianza fra il grande danzatore di Ufa morto nel 1993 e Oleg Ivenko, il ballerino ucraino scelto come protagonista del film e preferito a una qualsiasi vedette che avrebbe messo in secondo piano il personaggio, che bussava alle porte dell'immaginazione dell'attore-regista ansioso di essere mostrato nel suo talento ma anche nel suo egocentrismo, nel suo carattere dispotico, nella sua assoluta consapevolezza di essere uno che avrebbe lasciato il segno, come più o meno disse ad alta voce guardando "La zattera della Medusa" di Théodore Géricault in una delle gallerie del Louvre.

E "il tartaro danzante" Nureyev - The White Crow lo racconta effettivamente in maniera, se non inedita, comunque particolare, seppure non distaccandosi troppo dal classico biopic, ma questa ossessione di Fiennes per l'io più segreto della sua creatura, per il dietro le quinte, l'off-stage, se da un lato è uno dei pregi della sua terza regia, dall'altro ne "limita" in qualche modo la potenza, almeno nella prima parte. Il suo Nureyev sfiora spesso il sublime - soprattutto nelle sequenze in colori accesi e brillanti che rammentano i vecchi film in technicolor e che lo mostrano volteggiare sicuro - ma non lo raggiunge mai pienamente. Le sue piroette e i suoi salti conquistano, certo, ma non ipnotizzano, forse perché il tempo che il ballerino trascorre sul palco non è abbastanza e perché in gioco, in una narrazione lunga 2 ore, ci sono tanti altri elementi, forse troppi, a cominciare dalla formazione e da una storia familiare che lo porterà a sacrificare gli affetti in nome della realizzazione personale.

Con la sua macchina da presa, Ralph Fiennes omette poco o niente. Accenna all'infanzia povera e infelice di Nureyev, scegliendo una fotografia ai limiti del desaturato, e si sofferma, forse eccessivamente, sugli anni di apprendistato nella Leningrado degli anni '40, quando Rudolf è un ragazzo ribelle che non si sottomette alle regole e cerca di ridare dignità al ruolo del ballerino maschio. Poi il regista passa alla tournée parigina del Kirov Ballet e si immerge nel caos sfavillante e nella vitalità della Parigi dei jazz club e dei lungosenna, bagnandola di una tinta color crema che crea un bel contrasto con gli occhi azzurri del ragazzo prodigio e con il suo sguardo ammirato e insieme sfrontato.

Ci sono altri occhi azzurri nel film: sono quelli di Fiennes stesso nel ruolo del maestro di danza Alexander Pushkin, che poi è lo sguardo di The White Crow, che oppone il vecchio al nuovo, la rigidità all'apertura mentale, la conservazione dello status quo alla ribellione. A differenza di quanto accaduto in Coriolanus e The Invisible Woman, l'attore inglese sceglie con intelligenza di interpretare proprio questo ruolo, che testimonia del suo amore per il genio e del suo desiderio di inchinarsi ad esso, di fare un passetto all'indietro, di mantenersi umile nonostante la regia raffinata, di rivendicare un approccio classico che però nel gran finale sorprende, eccome se sorprende.

Nureyev - The White Crow, nell'ultima mezz'ora, incentrata sulla richiesta di asilo politico all'aeroporto di Le Bourget e girata quasi in tempo reale, sembra un altro film e ha l'efficacia e la tensione di un thriller politico alla Argo. La macchina da presa scalpita, si incolla ai visi dei protagonisti, gioca con i minuti e i secondi, e anche se sappiamo come sono andate le cose, restiamo col fiato sospeso, mentre gli attori secondari, per esempio Adèle Exachopulous, fanno egregiamente il loro lavoro e la determinazione di Rudolf Nureyev vince sull'amore per la madre patria.

E’ un'opera interessante Nureyev - The White Crow, l'ennesima dimostrazione di un'intelligenza vivace e della voglia di fare un cinema che magari non osa, ma che rispetta profondamente ciò di cui parla.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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