Non essere cattivo: recensione del film di Claudio Caligari con Luca Marinelli

07 settembre 2015
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Il film è presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2015

Non essere cattivo: recensione del film di Claudio Caligari con Luca Marinelli

Bisogna essere sinceri, e ammetterlo. La paura che Non essere cattivo potesse rivelarsi un film sbagliato, sbilenco, c'era. Forse c'era anche il rischio, che fosse così: vuoi per una storia inseguita da tempo da un regista testardo e intransigente che finalmente può girare; per un regista con alle spalle due film, di cui uno di culto e l'altro quasi; per una storia in qualche modo già vecchia, che racconta il 1995, e che poco importa potesse essere anche ambientata ai giorni nostri; per l'essere finito postumo, anche se grazie alla determinazione e alla fatica di Valerio Mastandrea.
Però poi Non essere cattivo lo guardi, e quella paura ti passa, sostituita da altre emozioni forti, dal coinvolgimento scomodo che Claudio Caligari impone al suo spettatore, messo faccia a faccia, senza filtri, con la fatica, il cinismo, il dolore e l'adrenalina di una vita ai margini, di un mondo troppo spesso estetizzato e tradito a scopi narrativi tanto dalla finzione quanto dal giornalismo.

Nella stessa Ostia di Amore tossico, Caligari parla oggi di un nuovo mondo giovanile fatto di emarginazione e mancanza di speranza, dove alla roba si sono sostituite pasticche e cocaina (e i tossici vengono anche scansati e guardati con schifo), ma dove la strada per il futuro appare sempre e comunque un vicolo cieco, che al massimo ha in fondo una porticina che si apre di poco e che bisogna essere veloci, e lucidi, per poter attraversare: altrimenti si corre, nella speranza di potersi infilare in quello spiraglio, finendo poi con lo sbatterci il muso quanto te la chiudono in faccia.

Come i coatti che racconta, come Cesare e Vittorio, Non essere cattivo è un film che ti aggredisce e ti provoca. Non può non farlo: per carattere, perché chi mena per primo mena due volte, perché è la legge della giungla e guai a mostrare non dico debolezza, ma nemmeno sensibilità. Quando ha messo le cose in chiaro, quando ha fatto capire che comanda lui, e che lo spettatore deve tenere la testa bassa e seguire senza obiettare o parlare troppo, quando insomma le gerarchie sono state stabilite, allora ecco che può permettersi qualche apertura, il mostrare fugacemente i sentimenti, con virile pudicizia. Perfino, col tempo, l'ammettere le proprie debolezze, e quasi arrendervisi, scivolando un pelo fuori dal personaggio e dal tono generale, rivelando fugacemente un cuore da melò che batte sotto gli sguardi duri e modi arroganti.

Prendere o lasciare: non ci sono vie di mezzo con Claudio Caligari e con il mondo che racconta. Tutto o niente, o stai dentro o stai fuori. Basta non commettere l'errore di pensare che, nonostante i temi forti e i toni ruvidi, Non essere cattivo non possegga tratti che sorprendono, raffinatezze che spiazzano. Uno dei grandi meriti del film, del copione che lo stesso regista ha firmato con Francesca Serafini e Giordano Meacci (due che non fanno gli sceneggiatori di cinema italiano di mestiere e, grazie a Dio, si vede), oltre a quello di usare una lingua viva e credibile, è l'andare in controtendenza e sgonfiare quasi sempre e appena in tempo le situazioni la cui deflagrazione rischierebbe di far andare tutto troppo sopra le righe, e far deragliare la storia. Risse, crisi, liti, disperazioni, si afflosciano sempre quando pensi che tutto stia per saltare per aria, e poi subito dopo ecco che Non essere cattivo fa finta di niente, e procede per il suo percorso erratico come se non fosse successo nulla.
“Tutto a posto, nun è successo gnènte,” ti dice. Ti riprende sotto braccio e ti porta a bere una birra, o a guidare fatto nella notte, o a contemplare con un disincanto tutto romano il mondo marcio e disperato che descrive.



 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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