Non aprite quella porta 3D - la recensione dell'horror con Alexandra Daddario

27 febbraio 2013
2.5 di 5

A dispetto dell'invito perentorio del titolo, quella porta, chiusa, proprio non ce la vogliono lasciare. Questo diretto da John Luessenhop eè il sesto film che si rifà all'originale di Tobe Hooper del 1974.

Non aprite quella porta 3D - la recensione dell'horror con Alexandra Daddario

A dispetto dell’invito perentorio del titolo, quella porta, chiusa, proprio non ce la vogliono lasciare.
Questo diretto da John Luessenhop e presentato in un inutile 3D è il sesto film che si rifà al Non aprite quella porta diretto da Tobe Hooper nel 1974. Il sesto che cerca di brillare di luce riflessa rimettendo al centro delle vicende l’iconico Leatherface.
Arriva dopo il reboot e il prequel prodotti di Michael Bay, dei quali riprende la confezione ultrapatinata, ma si definisce come un vero e proprio sequel dell’originale, del quale riprende le sequenze finali nel suo incipit, e affidando maliziosamente due cammei a Marilyn Burns e Gunnar Hansen, rispettivamente vittima e carnefice del film di Hooper.

Non è che proprio sia avvincente ed appassionante, Non aprite quella porta 3D, coi suoi protagonisti sciocchi e bellocci, con una scrittura zoppicante e dei dialoghi un po’ da ridere, con il riciclo pedissequo di un’iconografia oramai inflazionata. A Luessenhop non si negano magari le buone intenzioni, ma il concetto di ritmo lo potrebbe interiorizzare maggiormente, e magari smovere il suo sguardo un po’ di più dai corpi dei suoi giovani attori.
Però ecco che quando ti prepari a liquidare il suo film come l’ennesima ripetizione di un modello giù noto, peraltro di qualità nemmeno eccelsa, ecco che Non aprite quella porta 3D scarta. E ti fa pensare.

Quello che pareva un facile artificio narrativo per far tornare i protagonisti sul luogo dei delitti raccontati da Hooper, il terreno e la casa di Newt lasciati in eredità ad un’ignara ragazzetta urbana, si trasforma in qualcosa di di più: perché la Heather interpretata da Alexandra Daddario (che perlomeno il fisico giusto della novella scream queen ce l’ha tutto, e potrebbe pure ostentarlo di più) non è una nuova vittima. O, perlomeno, non di chi sarebbe facile ed immediato pensare.

Sghangherato e a tratti persino noioso, quindi, il film di Luessnhop lascia un messaggio che banale proprio non è.
Racconta che dal sangue, dalla famiglia, non si scappa. E che anzi, per quanto terribili e spaventose possano essere le radici, per quanto inquietante e disfunzionale la famiglia possa essere, alla fine è l’unica struttura rimasta, oggi, a poterci difendere da un mondo che è ancora più barbaro, violento, crudele, traditore.
Che oggi questa sia una posizione conservatrice o progressista, è tutto da vedere. E rifletterci sopra potrebbe non essere una perdita di tempo.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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