Nome di donna Recensione

Titolo originale: Nome di donna

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Nome di donna: la recensione del film di Marco Tullio Giordana

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Nome di donna: la recensione del film di Marco Tullio Giordana

Nina è una giovane donna milanese single, con un compagno. Come molte donne abituate a crescere da sole i propri figli, vuole una sua indipendenza lavorativa e per questo accetta una sostituzione, ottenuta tramite un sacerdote, in una prestigiosa struttura per anziani benestanti, il Baratta, nella provincia lombarda. E’ un lavoro umile da inserviente ma lo affronta con entusiasmo, trasferendosi in provincia e iniziando quella che pensa sia una nuova vita. Solo che proprio all’inizio del suo incarico, dopo aver notato strani segnali e ascoltato conversazioni ambigue tra le colleghe, una sera viene convocata nello studio del direttore.

Dopo che lo scandalo Weinstein ha messo a nudo, letteralmente, un sistema di comportamenti considerati con indulgenza da tutti coloro che sanno, sapevano, sono stati costretti a subire o lo hanno semplicemente assecondato per ignavia, vigliaccheria, sudditanza o paura, non è più possibile tacere. Per un anno intero abbiamo assistito a un dibattito acceso e spesso violento sui social e sui media, a giudizi emessi con moralismo e a minimizzazioni assurde, ma di sicuro quello che è venuto fuori è un problema reale che riguarda il nostro rapporto di donne con noi stesse e col mondo maschile. Il movimento #MeToo ha portato in evidenza quante abbiano subito ricatti, molestie, attenzioni ripetute e indesiderate e violenze, in virtù di una posizione da sempre ritenuta socialmente subalterna. Dopo gli anni della liberazione sessuale e delle grandi lotte femministe degli anni Sessanta e Settanta, c'è stata un'indubbia regressione nel ruolo e nell'immagine della donna. Quello che capita alla protagonista del film  è successo e succede ovunque, in qualsiasi ambiente sociale, a partire dalla famiglia e dalle persone con cui si è quotidianamente o occasionalmente in contatto.

Il fatto che il dibattito sia più acceso che mai e ora arrivi (grazie all’Italia) anche al cinema è il segno che qualcosa doveva cambiare e sta cambiando, che è giunta l’ora di combattere il silenzio e l’umiliazione che questo porta con sé. E’ una tendenza inveterata del nostro Paese, accentuata dall’abuso dei social media, quella di fare di ogni erba un fascio, considerare la propria esperienza il metro di paragone di tutte le altre, ergersi a giudici fuori dalle aule di tribunale. Per questo Nome di donna, scritto da Cristiana Mainardi e diretto da un regista coraggioso e impegnato come Marco Tullio Giordana,pur con tutti i suoi difetti è un film importante, che almeno per metà della sua (troppo) breve durata tiene alto il livello del confronto e mantiene le sue promesse. L’incipit della storia di Nina, la sua scelta di reagire e non tacere, l’ostilità improvvisa che la circonda, l’odio che ai scatena nei suoi confronti per aver osato violare la regola del silenzio, sono raccontati alla perfezione. Basta vedere cosa succede a chi non riesce a passare sopra alla violazione della propria dignità, per capire perché le donne spesso subiscono e non denunciano, soprattutto se molto giovani. Non è facile affrontare il muro dei pregiudizi, l’onda nera della mormorazione, l’ostracismo che accoglie chi, debole, decise di affrontare direttamente il potere, come Davide contro Golia.

Se la molestia sessuale è sempre odiosa – qua non si parla certo di schermaglie amorose consenzienti tra adulti – lo è ancora di più in quanto rappresenta un abuso di potere, compiuto da chi sa che tu hai bisogno di quello che lui è in posizione di darti e per cui tu, sicuramente, accetterai di dare qualcosa in cambio: un pezzo di te, del tuo corpo, del tuo tempo, della tua dignità. C’è chi non può sottrarsi al ricatto, chi non vuole, chi non considera troppo grave questa concessione di sé, chi viene da una cultura di sopraffazione e lo accetta come inevitabile, chi se ne serve per i propri scopi. Tutte queste sfumature, e molte altre, sono rappresentate nei personaggi femminili del film, dalla donna innamorata del molestatore, che pensa di essere speciale e lo denuncia quando scopre di essere “tradita” alle ragazze straniere. Significativo è il personaggio della vecchia attrice, donna libera che ha molto amato ed è stata molto corteggiata, che appartiene a una generazione abituata a considerare “complimenti” certe attenzioni (nelle sue parole c’è l’eco di quello che hanno detto sull’argomento personaggi pubblici come Natalia Aspesi) ma che nonostante tutto aiuta la ragazza e non la giudica con sufficienza.

Fin qui Nome di donna è un film quasi perfetto. Poi, l’esigenza di tagliare avvertita dal regista porta a sforbiciare fin troppo in una storia che avrebbe meritato più calma e approfondimento. Alla visione del film (non solo a Roma) qualcuno ad esempio non si è accorto che la scena in cui viene installata la cimice per le intercettazioni nella stanza del direttore e il video che ne consegue sono autorizzati dal magistrato (e non sarebbe del resto possibile altrimenti). In conferenza, Giordana si è risentito parlando di ellissi, ma resta il fatto che l’eccessiva stringatezza della seconda parte (quella più "istituzionale", incluse le sequenze processuali in cui fa la sua comparsa il personaggio dell’avvocatessa di Michela Cescon) può indurre confusione nello spettatore. C’è molta, troppa carne al fuoco per ridurre la storia a un apologo di un’ora e mezzo e la forma ne risente. Certo, si potrebbe obiettare che il contenuto è prevalente e siamo d’accordo, ma dovendo giudicare anche il film come tale siamo costretti a dire che somiglia di più, pur non essendolo, a un tv movie fatto apposta per dibattere su un tema scottante che a un’opera per il grande schermo.

E questo è ingiusto perché l’urgenza c’è, ma forse non c’era un budget adeguato per rendere giustizia al talento di tutti i personaggi coinvolti. Di fatto Nome di donna non è un instant movie, ma precede di molto gli scandali recenti e anche per questo meritava di più. A pensarci, però, è già un miracolo che arrivi al cinema e che non solo le donne possano vederlo. E’ un film da proiettare nelle scuole, da proporre alle generazioni non ancora guastate da una cultura antica e patriarcale della sopraffazione, prima che sia troppo tardi. Ed è un film in cui le donne si riconosceranno, se non in Nina, sicuramente in un altro dei personaggi femminili. Giordana dirige come al solito benissimo i suoi attori, nelle bellissime location della ricca Lombardia, sua terra d’origine. È brava e spontanea Cristiana Capotondi nel ruolo protagonista, ma ci sono piaciuti soprattutto Valerio Binasco, attore teatrale di grande valore nella scomoda parte del molestatore “malato” e Bebo Storti, che offre un ritratto perfetto del sacerdote affarista che pensa più al profitto che al benessere morale delle dipendenti. Ed è irresistibile Adriana Asti, ancora attiva a 86 straordinari anni, nel ruolo di una se stessa in riposo forzato e che tiene in camera un altarino coi suoi santi personali, con cui ha lavorato, San Luca (Ronconi), San Giorgio (Strehler) e San Luchino (Visconti); solo su di lei si sarebbe potuto fare un altro film.

Nome di donna
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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