Nomadland: recensione del film on the road di Chloé Zhao con Frances McDormand Leone d'Oro a Venezia

11 settembre 2020
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Dopo aver subito un crollo economico, Frances McDormand parte dalla sua città del Nevada come una nomade del XXI secolo in Nomadland di Chloé Zhao, in concorso al Festival di Venezia 2020.

Nomadland: recensione del film on the road di Chloé Zhao con Frances McDormand Leone d'Oro a Venezia

“Ci vediamo lungo la strada”. Nessuno si saluta veramente, per sempre, fra i nomadi sempre in cammino. Ci si rincontra; dopo un mese, un anno, o magari ancora di più. Fern diventa una di loro, dopo che la crisi economica provoca la chiusura dell’azienda per cui lavora, nel Nevada rurale, e addirittura l’abbandono di tutta una cittadina costruita attorno, dall’oggi al domani sparita dalla mappa, inglobata dagli arbusti e dal deserto, senza neanche più un codice postale. 

A quel punto Fern carica tutta la vita che vuole portare con sé su un van, pazientemente attrezzato per viverci, che diventa la sua casa mentre si mette in cammino, avviando un percorso esistenziale al di là delle convenzioni, dei sentieri tracciati, una nomade che si mette in viaggio e scopre come tante persone popolino già da tempo Nomadland, titolo di questo nuovo capitolo del viaggio nelle radici più intime e profonde dell’America da parte di Chloé Zhao, cinese formatasi in Inghilterra e a New York, dopo Songs My Brothers Taught Me e l’ottimo The Rider, presentato a Cannes. In quel caso esplorava le riserve dei nativi americane e i cowboy campioni di rodeo, qui parte per il far west insieme alla protagonista, una straordinaria Frances McDormand, e a una serie di veri nomadi, Linda May, Swankie, Bob Wells, i cui volti rimangono impressi.

La partenza, per Fern, ha un’esigenza duplice: da una parte superare la perdita del lavoro e della casetta aziendale, con la vista lungo chilometri di deserto e le montagne, in cui per molti, troppi anni ha mantenuto il ricordo del marito morto, in ossequio alla massima consolatoria, “chi viene ricordato da qualcuno non muore mai”, dall’altra è proprio questa enorme perdita che la spinge sulla strada, per riempire un’assenza, un vuoto che tale è rimasto nonostante tutto. Nel farlo alterna piccoli lavoretti da Amazon o in qualche ristorante locale a un vero corso di scoperta dei paesaggi straordinari dell’ovest americano, sulla via delle carovane e con il piglio dei pionieri. Come loro, alcuni si fermano, piantano un recinto e mettono su famiglia, altri continuano febbrilmente a spostarsi, come in preda a un mal di terra.

Fern viaggia fra Sud e Nord Dakota, il Nebraska, il Texas, e ancora più in là, per qualche tratta insieme a compagni di viaggio, che diventano guide, accumulando oggetti, rocce, ricordi, luoghi, passando le serate intorno al fuoco a raccontarsi e condividere pagine di vita. Il focolare, quello domestico, sembra a un certo punto una possibilità, una tentazione, ma non sembra pronta, nonostante la timida insistenza di David Strathairn, che si stabilisce con la famiglia in un’accogliente fattoria e la vorrebbe al suo fianco, “perché mi piace quando ci sei”. Ci prova, ma nel cuore della notte deve tornare a dormire nel suo van, non riesce più a farlo nel letto di una casa di mattoni.

Ispirato all’omonimo romanzo di Jessica Bruder, accompagnato dalle note coinvolgenti di Ludovico Einaudi, Nomadland è un viaggio nell’America della deindustrializzazione e della crisi economica, fra persone sperdute e spaventate, con la paura di aver perso, con il proprio ruolo professionale, anche quello nella società in un’età ormai non più giovane. Con notevole potenza politica, oltre che sociale, racconta le precarietà e gli sconvolgimenti sulla quotidianità di tanta gente proveniente da quell’America profonda che ha guardato (e guarda ancora?) a Trump. Nomadi in movimento dalle mille risorse, capaci di risollevarsi senza perdere la speranza, costruendo una struttura di supporto, una nuova famiglia mobile per farsi forza a vicenda. Uno dei migliori ritratti dell'America on the road degli ultimi anni, alla ricerca di un senso oltre l'orizzonte di quelle strade sempre dritte, con qualche sali e scendi inatteso, che tanto continuano a sedurci e a spingerci a percorrerle.

Come cita la regista, da Desert Solitaire di Edward Abbey - Baldini & Castoldi, “Gli uomini vanno e vengono, le città nascono e muoiono […] a volte penso, senz’altro in modo perverso, che l’uomo è un sogno, il pensiero un’illusione, e solo la roccia è reale. Roccia e sole”.

Nomadland
Il Primo Trailer Ufficiale del Film - HD


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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