Nocturama: recensione del film di Bertrand Bonello presentato ad Alice nella Città

17 ottobre 2016
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Un film provocatorio ma non predicatorio, su una civiltà affetta da una malattia autoimmune, che si è creata per condannarsi.

Nocturama: recensione del film di Bertrand Bonello presentato ad Alice nella Città

Ma tu guarda se deve arrivare il momento di rivalutare perfino Bertrand Bonello, con il quale hai intessuto un rapporto conflittuale fin dai suoi esordi, che già ti aveva in parte spiazzato con il suo Saint Laurent. E di fronte a Nocturama, non ha che da arrenderti, e abbandonarti all'elegante turbamento provocato da un film che ha già fatto discutere (alla Quinzaine non l'ha preso per il suo contenuto politico "inaccettabile", e che non mancherà di farlo in futuro.

Forse Nocturama è il film sul terrorismo definitivo dei nostri tempi. Forse Nocturama è l'attualizzazione - senza zombi ma tutto sommato non meno orrorifico - di Dawn of the Dead. Sicuramente è un film provocatorio, ma non predicatorio, che sbatte davanti agli occhi di chi lo guarda il vuoto di senso e il disperato tentativo di trovare appigli di una civiltà inevitabilmente destinata al naufragio.
Nell'unico, breve e decontestualizzato momento in cui alcuni dei millennials di Bonello hanno una discussione di tipo teorico-ideologico, legata agli studi di politica di due ragazzi e non a quando commetteranno, si parla proprio di questo: di una civilizzazione che è condizione per il crollo di una civilizzazione. La nostra cultura, quella capitalista e consumista, che si autodistrugge, affetta da una malattia genetica autoimmune.

Già, per Bonello, che questo copione lo aveva scritto già nel 2011, il terrorismo non nasce nel disagio delle banlieue, o nell'estremismo radicale islamico, ma in maniera quasi casuale e trasversale. Trasversale come le origini etniche e sociali dei protagonisti di Nocturama, che osserviamo preparare ed eseguire attentati dinamitardi a Parigi contro i simboli del potere politico ed economico, stanchi delle storture e delle ingiustizie del sistema sociale e finanziario in cui viviamo, e che poi si rifugeranno, per nascondersi, dentro un centro commerciale di lusso. E lì, nell'attesa che la notte passi senza essere scoperti, si troveranno a indulgere proprio nell'uso di quei beni che sono i feticci e le catene usate dal Sistema contro il quale pretendevano - non si sa nemmeno bene perché, e con quanta motivazione - di ribellarsi.

Se per Romero, quindi, il centro commerciale aveva un preciso significato politico, ma il consumo era ancora, in qualche modo, magari anche perverso, legato alla sopravvivenza, nel film di Bonello diventa riflesso pavloviano, un agire condizionato ma spontaneo, lo sfociare di un comportamento che non potrebbe dirigersi altrimenti. Lo si sottolinea con scelte magari ovvie ma comunque di grande eleganza formale (l'incontro tra un giovane attentatore e un manichino vestito esattamente come lui; l'indossare le maschere; il conciarsi come Tony Montana e il cantare "My Way"), che sottolineano l'adesione alle merci e a un immaginario come qualcosa di profondamente e pulsionalmente (auto)erotico.
Il loro è desiderio, non ansia di consumo materiale, o di possesso. Un desiderio incolmabile, qualsiasi gesto si compia, perché al Paradiso citato in maniera volutamente ambigua da uno dei ragazzi, dopo i loro attentati, non si arriverà mai. Perché nessuno risponderà a un grido di aiuto (quello, guarda caso, lanciato dallo stesso personaggio), se non a colpi di pallottole.

Non c'è speranza, se non la distruzione, dice Bonello. La distruzione di una civiltà sorta perché poi potesse distruggersi.
Bonello espone e definisce il problema, lo spiega, lo porta al parossismo per definirne i limiti, esattamente come nel metodo illustrato dal suo studente di politica. Ma la fase D, la soluzione, quella non c'è. La sua teoria, inaccettabile e provocatoria, è questa.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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