Nel paese delle creature selvagge, recensione del film di Spike Jonze

29 ottobre 2009
4 di 5

La parabola ideata da Maurice Sendak, filtrata ed ampliata dalle sensibilità personalissime ed affini di Spike Jonze e Dave Eggers, si trasforma in un film adulto e complesso, in grado di parlare (non solo) dell’infanzia con un linguaggio in grado di raggiungere tanto i grandi quanto i più piccoli.

Nel paese delle creature selvagge, recensione del film di Spike Jonze

Nel paese delle creature selvagge - la recensione

Nel mondo di Max il senso della misura e quello delle proporzioni non esistono. Né nella vita di tutti i giorni, dove usa la sua immaginazione per tamponare una solitudine più figlia della paura che reale, dove reagisce con irruenza a ciò che non gli piace (di cui ha paura), né nel mondo aspro e meraviglioso al tempo stesso dove finisce fuggendo di casa dopo l'ennesima lite con la mamma. Nel mondo di Max – che è anche il mondo delle creature selvagge, che è anche il mondo di tutti i bambini, e di molti adulti – piccoli gesti comportano reazioni estreme, la gioia e la distruzione, la rabbia e l’affetto vanno a braccetto e si alternano con la rapidità di un battere di ciglia, il sole e la sua morte sono cose piccole e da nulla, mentre cani enormi passeggiano solitari. Nel mondo di Max è la fantasia più selvaggia e senza freni a farla da padrona, una fantasia che racconta comunque sempre la realtà.

Ma nel mondo (di Max), la fantasia e le passioni estreme si vanno spesso a scontrare, ad infrangere, con una realtà che è anche fatta di dolcezza e di cautela: ed è la difficile compenetrazione equilibrata che permette la coesistenza di passione e cautela che rappresenta il terreno minato in grado di sconvolgere e terrorizzare i bambini. Un terreno che, una volta affrontato e superato, segna l’inizio del cammino verso la maturità.

È tutto questo (e non è poco!) che Spike Jonze (e Dave Eggers) racconta(no) con Nel paese delle creature selvagge, film irrequieto, disordinato, appassionato, sgradevole, fragile, violento e dolcissimo come il protagonista che racconta. Il rifiuto di una struttura tradizionale e rigida nella narrazione non è né il frutto dei reshooting e dei rimontaggi - veri o presunti - che il film ha subito nei mesi passati né il vezzo autoriale di un regista che gioca a fare l’alternativo a tutti i costi: è la traduzione, ragionata e spontanea al tempo stesso, di quello spirito incarnato nel personaggio di Max. Lo spirito di un singolo personaggio, quello di una condizione infantile ampia, ma anche quello di un senso di smarrimento generalizzato che tocca la società contemporanea in maniera trasversale a distinzioni anagrafiche, di sesso, culturali.

La lingua parlata nel paese delle creature selvagge è quindi quella del disordine, delle urla, delle risa, della rabbia e delle invenzioni. Ma all’interno di questo magmatico caos c’è - ci deve essere - spazio anche per le parole più dolci e riflessive, quelle che donano la calma e riportano l’ordine: le più difficili da comprendere e pronunciare, ma le uniche che possano permettere una seconda nascita (letterale, esplicita), quella che conduce verso un nuovo momento della vita.

Le parole dell’ascolto e del silenzio, della (tentata) pacificazione con sé stessi e con il mondo, persino dei suoi lati meno gradevoli. Di un bambino che impara a guardare la madre assopita con lo stesso amore e la stessa dolce malinconia di una madre che guarda suo figlio dormire, ridere, soffrire, vivere.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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