Need for Speed - la recensione del film tratto dal celebre videogame

13 marzo 2014
3 di 5

Il film ha dignità anche se un po' di fracasso in più non avrebbe guastato.

Need for Speed - la recensione del film tratto dal celebre videogame

C'erano molte strade tortuose e sdrucciolevoli che questo film poteva imboccare per giungere ad un vicolo cieco. La Electronic Arts ha saputo pazientemente attendere il momento migliore e le persone ideali per non mandare in testacoda il progetto. Se si considera che il videogame ha debuttato nel 1994 (che in termini di evoluzione tecnologica per le console di gioco casalinghe equivale a secoli fa) rinnovandosi regolarmente in una ventina di versioni, Need for Speed sarebbe potuto arrivare al cinema nei primi anni 2000. C’è stato il tempo per capire cosa non sbagliare e, nonostante non si tratti del miglior film sulle auto mai realizzato, un dignità se l’è guadagnata.

 

Esattamente come il concetto di base dei programmatori del gioco, il film punta sul realismo. Non della giocabilità e degli scenari, ovviamente. L’impatto realistico serve a prendere le distanze dalla saga di Fast & Furious (in cui la spettacolarizzazione è volutamente “elaborata” come le macchine) ed è maggiormente focalizzato sulla storia che sullo stile di ripresa. L’elemento umano è quello che non ti aspetti in un film tratto da un videogame che, peraltro, non aveva alcuna traccia narrativa. Gli sceneggiatori John e George Gatins hanno costruito una storia di vendetta personale secondo i canoni del buono contro il cattivo, che mettesse il primo nella condizione di avere il bisogno (Need) di correre in auto, di velocità (for Speed). Quelle delle corse in auto clandestine è un sottobosco illegale e i personaggi si macchiano tutti di reati più o meno gravi, però il codice morale ne determina il gradimento. Aaron Paul è al gradino più alto, non solo perché lo decide lo script. A chi lo avesse apprezzato nella premiata serie TV "Breaking Bad" (in lingua originale), l’attore dimostra talento nel calarsi in un personaggio completamente diverso che è capace di personalizzare recitando con toni vocali più bassi e umanizzandolo con più lacrime di quello che ci si aspetterebbe.

Proprio per il realismo con cui aveva diretto Act of Valor (e per il suo passato da stuntman coordinator), Scott Waugh è sembrato essere la scelta migliore. In effetti svolge un buon lavoro di ripresa mantenendosi ad un livello più grezzo possibile e collocando le camere ovunque. Il regista ricorda anche che si tratta pur sempre di un film di azione con una molto ampia fan base da non deludere e si prende un paio di licenze dal realismo, inserendo un salto a scavallare una doppia carreggiata della Mustang protagonista e un trasporto della stessa in elicottero a dir poco vertiginoso. Più licenze e maggiore fracasso non avrebbero guastato. Gli amanti dei bolidi devono accontentarsi di pochi (ma buoni) veicoli: oltre alla Mustang, tre Koenigsegg Agera, una Bugatti Veyron, una Chevrolet Camaro e una Ford Gran Torino.



 



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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