Nato a Casal di Principe Recensione

Titolo originale: Nato a Casal di Principe

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Nato a Casal di Principe: la recensione del film sul rapimento di Paolo Letizia

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Nato a Casal di Principe: la recensione del film sul rapimento di Paolo Letizia

Parlare della criminalità, di mafia e di camorra, raccontando storie verosimili o, come nel caso di Nato a Casal di Principe, vere, non significa identificare un territorio con un fenomeno negativo mettendolo così in cattiva luce. Non vuol neanche dire “fare pubblicità al male”, come una volta anni fa mi capitò di sentire durante un dibattito, o renderlo glamour e affascinante in modo tale da guadagnargli nuovi adepti. Affrontare questi argomenti – come del resto viene fatto nel cinema e nella televisione di tutto il mondo senza le polemiche che puntualmente si levano da noi – significa, per una volta, uscire dalle stanze irreali delle commedie in cui vive il nostro cinema e parlare di quello che condiziona la nostra vita quotidiana senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. E immettersi nel solco della nostra grande tradizione di cinema civile e impegnato che oggi sembra purtroppo dimenticata.

Perché non si deve raccontare la camorra, cosa fa e cosa ha fatto alle persone, alla terra, a colpevoli e innocenti, a chi per nascita si trova a vivere in un determinato territorio e lotta per restare al di fuori delle dinamiche criminali, scontrandosi con muri di omertà, di paura, di abitudine allo status quo? A noi sembra che sia proprio il cinema che racconta i nostri veleni l’antidoto che può dare una speranza di cambiamento e pensiamo che chi ne ha paura non osi confessare neppure a se stesso i motivi della sua avversione per questo tipo di film o di serie tv.

Certo, Nato a Casal di Principe non è Gomorra, non è un prodotto seriale in grado di conquistare un pubblico mondiale, ma un piccolo film che merita comunque di esser visto perché ha il sapore amaro della verità. Non solo perché racconta una storia drammaticamente autentica, ma perché reali sono i luoghi, i volti, i nomi che vengono pronunciati e con cui siamo diventati familiari: gli Schiavone, gli Iovine, i Bardellino, quel Clan dei Casalesi che negli anni in cui sono accaduti i fatti ricostruiti nel film spadroneggiava indisturbato nel Casertano, terra in cui l’unica legge era quella del più forte e spietato. Non si può nemmeno immaginare cosa doveva essere, nel 1989, crescere in quelle zone per un ragazzo “normale”.

Prova a farcelo capire il film voluto da Amedeo Letizia, oggi produttore, che di quella storia fu involontario protagonista e che nella regia stringata e naturalistica di Bruno Oliviero ne restituisce il peso soffocante sui non affiliati cresciuti al fianco o insieme ai camorristi, l’impossibilità di penetrare i bunker dei boss, di trovarne i luoghi di prigionia, tortura e morte. Come quello in cui fu portato il 21enne Paolo Letizia, figlio scapestrato di buona famiglia, sequestrato una sera da uomini armati e mai più ritrovato, né vivo né morto. Solo di recente, anni dopo la stesura del libro da cui il film è tratto, pentiti in carcere hanno rivelato l’atroce verità, ma il corpo del ragazzo non è stato mai riconsegnato alla famiglia, che all’angoscia del non sapere ha dovuto aggiungere il dolore di non poterlo piangere in nessun luogo.

Non ci sono eroi in Nato a Casal di Principe, ci sono persone comuni che tentano di risolvere un mistero e venire a patti con una tragedia famigliare, ognuno come può e come sa: la madre con le preghiere e con la visita a una veggente, il padre chiedendo aiuto a parenti e amici, Amedeo, il fratello di poco maggiore, cercando prima la collaborazione del boss suo coetaneo, poi un’impossibile vendetta assieme al cugino e al fratello minore. C’è la speranza irrazionale, la rabbia, la presa di coscienza che tutto è perduto. Il film fa venir voglia di leggere il libro, perché nell’economia del racconto cinematografico molto viene omesso e qualcosa cambiato, ma quello che più colpisce, forse, è che questa vicenda sia stata vissuta da un giovane attore che sarebbe diventato famoso, due anni dopo, per la partecipazione alla serie tv I ragazzi del muretto nel ruolo di Gigi. All’epoca pochi conoscevano il tormento nascosto dietro a quel volto da bravo ragazzo.

La storia di Paolo Letizia, come quella di tutte le vittime che la camorra ha mietuto negli anni, non risparmiando vecchi, donne, ragazzi e ragazze, bambine e bambini, va conosciuta e raccontata. Anche attraverso il mezzo limitato di un film, perché ora che le cose iniziano a cambiare e Casal di Principe non è più l’inferno che era trent’anni fa, c’è bisogno di sapere, perché anche questo fa parte della storia del nostro paese e di quello che è diventato. Dunque ben vengano film come questi, con giovani attori come il protagonista Alessio Lapice, che ha nello sguardo l'intensità di un giovane Joaquin Phoenix e interpreti esperti come Massimiliano Gallo e Antonio Pennarella, capaci di rendere con grande sensibilità il dolore e la rabbia impotente di due padri, così come Donatella Finocchiaro, madre inebetita nello stranzio, che fino all'ultimo spera in un miracolo.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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