Nati due volte: la recensione della commedia amara con Fabio Troiano

27 novembre 2019

Il film racconta una storia vera con protagonista un transgender e prova a mescolare i toni e a denunciare l’ottusità della provincia.

Nati due volte: la recensione della commedia amara con Fabio Troiano

Ci sono storie che chiedono sfacciatamente di essere raccontate e altre che lo fanno timidamente, perché hanno per protagoniste persone che, se non vivono ai margini della società, sono comunque vittime di pregiudizio o addirittura di curiosità voyeuristica. E’ il caso della vicenda realmente accaduta che ha spinto Pierluigi Di Lallo a tornare dietro alla macchina da presa e a denunciare, seppur con leggerezza, le difficoltà anche burocratiche che un transgender affronta nel nostro paese, a cominciare dai tempi eterni che vi vogliono per aggiornare i documenti dopo la transazione, in altre parole il cambio di sesso. L'intento del regista è nobile, e della disavventura di Teresa che è diventata Maurizio e che deve tornare, dopo la morte della madre, nella Foligno dove abitava quando aveva il seno e i capelli lunghi colpisce la sensibilità, la delicatezza e il rispetto che, tanto il copione a sei mani quanto Fabio Troiano con la sua interpretazione sobria e mirabile dimostrano per l'argomento trattato. Il film, però, e dispiace, non sa decidersi su quale strada intraprendere e resta come “sospeso”.

Di Lallo, anche in fase di sceneggiatura, poteva scegliere fra tre strade. Poteva scrivere un dramma magari con un happy ending, evidenziando il dolore e la frustrazione di Teresa/Maurizio in una sorta di blanda via crucis. Poteva scegliere la militanza, la protesta veemente giustificata dall'atteggiamento ostile, come già detto, di un paese inadatto ad accettare che un individuo possa sentirsi intrappolato nel proprio "gender" di appartenenza. Poteva, infine, trasformarsi in una commedia pura, almodovariana quasi, magari colorata o addirittura kitsch, grottesca o con qualcosa di una pochade. Nati 2 volte prova a essere contemporaneamente tutte e tre le cose, e va dritto al cuore quando insiste sul cinismo e l'aggressività difensiva del protagonista, che regge orgogliosamente il film sulle proprie spalle.

Quando invece prova a divertire, non ci riesce, perché di equivoci ce ne sono pochi, alle rivelazioni si arriva in maniera semplicistica e i personaggi di contorno, ad eccezione della Paola di Euridice Axen, sono poco più che macchiette. Giorgio, il ragazzo innamorato della Teresa adolescente, che non ha mai smesso di amarla e ovviamente non la riconosce, scivola ben presto nella caricatura, in particolare quando tenta di far ridere, recuperando in spessore nelle scene in cui c'è poco o nulla su cui scherzare. Stessa cosa per alcune conoscenza di vecchia data di Teresa - nelle quali Di Lallo cerca di "racchiudere" l’ottusità l'ottusità di certa provincia - e per i due amici milanesi di Maurizio, il Lucio di Umberto Smaila e la Maria di Vittoria Schisano, attrice transgender a cui è stato chiesto di cimentarsi nel ruolo di una bomba sexy alla Jessica Rabbit che guasta quella dolcezza che comunque caratterizza Nati 2 volte e che ne è un po' la forza. Convince invece il prete che fin, da quando Teresa era una ragazzina ribelle, le ha sempre dimostrato comprensione, perché, in fondo, siamo tutti figli di Dio.

Non staremo qui a sottolineare, come fanno oltreoceano, la necessità di non impiegare attori cisgender per storie di transgender. Come per il Tom Hooper di The Danish Girl, a noi va benissimo così. E va benissimo che si facciano film come Nati 2 volte, da cui tuttavia avremmo voluto molto più coraggio, soprattutto nello stile e nei toni.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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