Moon, recensione del film di fantascienza di Duncan Jones

03 dicembre 2009
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All’inizio della carriera, papà David Bowie sosteneva di provenire da Marte. Duncan Jones, oggi, ci (ri)porta sulla Luna. Lo spazio fa evidentemente parte del patrimonio genetico di famiglia. E il talento, anche.

Moon, recensione del film di fantascienza di Duncan Jones

Moon - la recensione

All’inizio della carriera, papà David Bowie sosteneva di provenire da Marte. Duncan Jones, oggi, ci (ri)porta sulla Luna. Lo spazio fa evidentemente parte del patrimonio genetico di famiglia. E il talento, anche.

Utilizzare lo splendido e variegato aggettivo “lunare”, per parlare dell’esordio di Duncan Jones, sarebbe fin troppo facile e scontato. Ciò non toglie che molte delle sfumature di significato della parola in questione (da quelle più concrete a quelle più metafisiche) si adattano perfettamente ad un film tanto essenziale quanto complesso come Moon.

Ci vogliono coraggio e talento, per girare oggi un film che guardi alle derive più filosofiche e antispettacolari della fantascienza (di ieri) riuscendo a far sì che non solo funzioni, ma che lo faccia sia ad un livello più puramente superficiale e di genere che a quello più strutturato e profondo. E Jones ha dimostrato di possedere entrambi. Il confronto con chiari ed espliciti modelli come 2001 Odissea nello spazio, o Solaris, ma anche certe atmosfere di Alien o alcune variazioni sui temi di Blade Runner, poteva risultare catastrofico per un regista agli esordi: ma in questo caso si tramuta invece in un successo che ha i crismi dell’omaggio da un lato e della rielaborazione contemporanea dall’altro.

Grazie ad una scrittura intelligente e alla capacità di fare del basso budget a disposizione , Moon propone una solida vicenda di genere - nella quale non mancano nemmeno echi dickiani - tra le cui pieghe è facile scorgere il nucleo di un messaggio che ribalta e aggiorna un grande assunto della fantascienza del passato, nonché molte delle aspettative basate sui luoghi comuni del genere. Il problema non è (più) nella (dis)umanità della macchina, della tecnologia o dell’intelligenza artificiale: al contrario, in Moon il prodotto e l’applicazione della tecnologia (di qualsiasi, tecnologia) sono le uniche cose che conservano barlumi di umanità laddove gli uomini si sono invece totalmente asserviti al cinismo e all’avidità."We're not programs GERTY, we're people", dice (uno dei) Sam all'intelligenza artificiale che amministra la base dove lavora.

Jones parla di etica, quindi, e di etica assai attuale nella contemporaneità: biologica, economica, umana. Ma senza mai dimenticare le esigenze di un cinema che è fiero dalla propria indipendenza intellettuale e finanziaria e che non perde mai di vista l'esigenza di uno spettacolo mai fine a se stesso e che possa e debba essere fruibile a più livelli, anche i più immediati. Ed ecco allora che il regista utilizza con intelligenza il fascino inquietante delle atmosfere e dei twist della trama, mai facendosi prendere la mano da facili (ab)usi ma lasciando che sia il minimalismo della forma e del racconto ad amplificare le emozioni e le reazioni dello spettatore, come suoni lievi che riecheggiano e rimbalzano in una sala fortunatamente poco ingombra.

Ed ecco allora che le vicende d(e)i Sam (Rockwell, bravissimo), accompagnate dalla musiche ipnotiche di Clint Mansell e settate in luoghi che sucitano tanto claustrofobia quanto più sono spazialmente estesi, acquistano efficacia e soprattutto quella carica umana ed empatica, politica, che sono il fulcro della fantascienza che voglia essere qualcosa di più di una mera esibizione di tecnica ed effetti speciali.

 




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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