Monuments Men - la recensione del film di George Clooney

08 febbraio 2014

Presentato al Festival di Berlino il nuovo film da regista di Clooney, dal 13 febbraio al cinema

Monuments Men - la recensione del film di George Clooney

Per il suo quinto film da regista, George Clooney si era andato a scegliere un soggetto che sembrava davvero a prova di bomba.
A partire da un libro di Robert M. Edsel che ne sviscerava le vicende, l’americano aveva deciso di raccontare la vera storia di una task force messa insieme nel 1944 dall’esercito statunitense: spedita in Europa, aveva il compito di salvaguardare le opere d’arte del Vecchio Continente non ancora danneggiate dai bombardamenti e di recuperare l’enorme quantità di dipinti, statue e manufatti che i Nazisti avevano razziato lungo il loro cammino per volere di Adolf Hitler.

In Monuments Men, quindi c’era un potenziale cinematografico notevole: dal rilancio dei film bellici e d’avventura incentrati su missioni ardite compiute da un manipolo di eroici militari (che aveva vissuto una stagione gloriosa negli anni Sessanta), all’approfondimento di questioni storiche poco note, ad un ragionamento sul patrimonio artitistico e culturale.
Insomma, senza necessariamente doversi auspicare che si raggiungessero i livelli de Il treno - film di John Frankenheimer che aveva raccontato a modo suo la stessa storia nel 1964 - ci si poteva legittimamente aspettare un risultato gradevole e intelligente come Clooney ha dimostrato altrove di saper essere, specie collaborando in sceneggiatura col fido Grant Heslov.
E invece.

E invece, con Monuments Men Clooney ha voluto girare un film bellico d'avventura e impegnato, caricandolo di una retorica patriottica e militarista che non si vedeva al cinema da anni (e che oggi, così, è francamente insostenibile), alternando a quelli che vorrebbe essere momenti ricchi di pathos divagazioni ironiche e battutine mai davvero convincenti, come se pensasse di essere ancora sul set di un Ocean’s a caso: e la sua artistica mezza dozzina sembra l'incrocio tra gli eroi di Telemark e quelli di Hogan.

Incerto sulla vera direzione da prendere, il Clooney regista sembra qui involuto e inesperto; il suo film manca di ritmo, energia e sicurezza, tanto che anche lo sbandierato cast all star sembra un po' svogliato e poco convinto di quanto sta recitando: con le parziali eccezioni di una Cate Blanchett che non riesce a nascondere la sua classe e di un Bill Murray il cui humor deadpan appare curiosamente compatibile con un contesto di questo genere.

Disomogeneo, fiacco, scentrato, Monument Men è uno di quei film che sembrano andati in produzione con il piede sbagliato, dove persino un nome solitamente affidabile come Alexandre Desplait toppa clamorosamente una colonna sonora invadente e inutilmente pomposa.
E, oltre a quella patriottica, la retorica sull'arte e la sua importanza è altrettanto poco digeribile.
L’arte è ispirazione, talento, creatività. Ma è anche impegno, dedizione, lavoro costante e testardo. E l’arte è certamente, come Clooney vuole ricordare, frutto e concime della nostra cultura in senso sociale e antropolico.
Ma se tra qualche secolo qualcuno dovesse impegnarsi in una missione per recuperare le opere dei nostri giorni, dubito si dannerebbero la vita per scovare e tramandare questo film.

 

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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