Monolith Recensione

Titolo originale: Monolith

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Monolith: recensione del thriller italiano di Ivan Silvestrini con Katrina Bowden

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Monolith: recensione del thriller italiano di Ivan Silvestrini con Katrina Bowden

Non per voler fare dell'analisi superflua e a distanza, ma ci sarebbe quasi da scommettere che nella genesi del soggetto di Monolith - scritto da Roberto Recchioni - abbiano giocato un ruolo importante quei terribili casi di cronaca di cui troppo spesso si sente: madri (o padri) che dimenticano figli piccoli sul seggiolino dell'auto, per ore, con esiti fatali.
Casi cronaca cui il popolo dell'Internet, e non solo, risponde solitamente con le consuete ondate di facile e populista indignazione: "madri degeneri!", "colpa sua!", "non potrebbe mai succedere, a me."

Certo, in Monolith la protagonista interpretata da Katrina Bowden il figlio non se lo dimentica: il suo bambino rimane chiuso nell'auto-fortezza del titolo, e nelle peggiori condizioni immaginabili, un po' per colpa della mamma, un po' per caso, e un po' per esigenze spettacolari.
Ma oltre al thriller c'è di più, verrebbe da dire parafrasando Jo Squillo. Perché altrimenti non si spiegherebbe tutta quella parte introduttiva, tutta la voglia, chiara, di costruire la psicologia di un personaggio che ancora non è a suo agio nella pelle e nel ruolo della madre (non del tutto, almeno).
E di certo non è un caso se tutto l'arco narrativo del film è sintetizzabile nella storia di un bambino che impara a chiamare sua madre "Mamma", e non "Sandra".

Ora, questo non vuol certo dire che Monolith abbia ambizioni sociologiche, ma che voglia tenere i piedi ben dentro la realtà delle cose e - soprattutto - delle persone sì.
Anche a dispetto della patina vagamente fantascientifica data dal gigantesco SUV tutto nero opaco e iper-tecnologico che dà il titolo al film, e che non sta lì per raccontare la stupidità o la superiorità delle intelligenze artificiali, ma per dimostrare come sia l'utilizzatore di queste intelligenze il responsabile: a essere più stupido o più in gamba di loro, a saperle utilizzare nel modo giusto o meno.
Ecco che allora tutto si tiene: perché quello che conta è la psicologia di Sandra, il suo pensiero, che si riflette nelle cretinate che fa e che la mettono nei guai, e nelle astuzie che inventa per salvare suo figlio.

Se queste e altre attenzioni di scrittura (i suoni dell'auto che danno sui nervi, il pianto del bambino) ben supportano la strutturazione e la tenuta di un'atmosfera tesa e ansiogena, indispensabile in un thriller di questo genere, la volontà di ridurre gli elementi narrativi all'essenziale rappresenta la scommessa più rischiosa di Monolith, che si costringe a dover far molto con pochi elementi per le mani, nemmeno fosse MacGyver.

Sandra, allora, è un'eroina fortunatamente mai troppo super, che evita le crisi isteriche più fastidiose, cui non vengono evitate le immancabili inquadrature di culo, e che è però costretta dalla sceneggiatura a essere un po' più cretina di quanto non vorrebbe, per rilanciare costantemente lo stallo che è il cuore narrativo del film, fino a una risoluzione che è tutto sommato coerente con l'impianto iniziale, ma che forse è fin troppo facilona.

L'impressione è che, proprio nel momento in cui si dovevan tenere più salde, per evitare la rottura del passo in vista del traguardo, si siano lasciate andare all'improvviso le redini di un film fino a quel momento divertente ma calibratissimo e studiatissimo, nella scrittura e nella forma: anche troppo, tradendo forse quell'ossessione preparatoria che deriva inevitabilmente dalla porzione di DNA fumettistico dei suoi autori.

Produzione interessante e coraggiosa nel contesto italiano, capace di aprire le porte a un'ibridazione intelligente tra l'universo dei comics (più giovane, anche e soprattutto anagraficamente, e dinamico) e quello del cinema, Monolith potrebbe indicare un cammino: magari la prossima volta percorso in modo meno preciso, meno asettico, più sbavato. O comunque aperto all'imprevedibile e al guizzo che fanno la forza del cinema (di genere) migliore.

L'unico vero rimpianto, però, è quello di non aver potuto apprezzare nella versione originale la voce di Lilith - la Siri della mastodontica auto nera di Monolith. Che è poi quella di Katherine Kelly Lang, l'immortale e immarcescibile Brooke di Beautiful, che qui figura anche tra i produttori.

Monolith
Trailer ufficiale - HD
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