Mona Lisa and the Blood Moon, la recensione del film di Ana Lily Amirpur in concorso al Festival di Venezia 2021

06 settembre 2021
2.5 di 5

Opera terza della regista di A Girl Walks Home Alone at Night e The Bad Batch, Mona Lisa and the Blood Moon è una strana fiaba soprannaturale e notturna, ambientata a New Orleans dove la forma conta più della trama. La recensione di Federico Gironi.

Mona Lisa and the Blood Moon, la recensione del film di Ana Lily Amirpur in concorso al Festival di Venezia 2021

Il primo film di Ana Lily Amirpour - A Girl Walks Home Alone at Night: bello - raccontava di una vampira in chador che si nutriva solo di chi non meritava di vivere. Il secondo - The Bad Batch: brutto - era un post-apocalittico cannibalico con protagonista una ragazza in lotta per la sopravvivenza e in rivolta contro i cattivi. In questo nuovo Mona Lisa and the Blood Moon (né bello né brutto, soltanto un po' inutile) siamo di nuovo in territori simili.
La storia, infatti, è quella di Mona Lisa Lee (Jeon Jong-seo, l'attrice coreana protagonista di Burning) una ragazza che incontriamo in una cella imbottita di un ospedale psichiatrico, dal quale evade grazie al suo potere: controllare la mente delle persone e spingerle a fare quel che vuole lei. E siccome l'infermiera è cattiva, non basta contringerla ad aprire la porta: c'è bisogno di qualcosa di più sanguinolento. Comunque: Mona Lisa evade, arriva a New Orleans, la città più vicina, e lì cerca di trovare cibo e un tetto - con l'aiuto tutto relativo di un raver spacciatore prima, e di una stripper con figlio poi - e di non farsi arrestare dalla polizia.

In estrema sintesi, e non che il film della Amirpour si dilunghi in molte variazioni narrative rispetto a questa linea principale, la storia di Mona Lisa and the Blood Moon è quella di una ragazza in cerca della sua libertà. Un po' come nei film precedenti. E un po' poco, forse, per giustificare il gioco.
Se la regista aveva dichiatato di aver concepito il precedente The Bad Batch dopo un trip con l'LSD al Burning Man, e nel suo primo film si parla di ecstasy, qui la dimensione psichedelica è ancora più evidente nella forma, e incarnata narrativamente nel personaggio di Fuzz, lo spacciatore interpretato da Ed Skrein, il più simpatico del film: una sorta di Steve Addington (il protagonista di Surfer, Dude) con i rave al posto del surf e gli psichedelici al posto delle canne.
Grandangoli, colori ipersaturi, musica incessante (c'è pure un remix di "Estate" di Bruno Martino, sulle cui note balla Bonnie, la stripper col volto di Kate Hudson che aiuta Mona per sfruttarne i poteri a scopo di lucro), raccordi azzardati personaggi e situazioni spesso sopra le righe, caricaturali, paradossali. Per dare un'idea del tono, il più normale di tutti è il poliziotto Harold - quello che cerca con goffagine e cabarbietà di acciuffare Mona, dalla quale è spaventato ma per la quale è anche preoccupato - interpretato da Craig Robinson, quello di An Evening with Beverly Luff Linn e di tanti altri film stralunati.

Conta l'immagine, conta l'exploit, il lampo subitaneo e obliquo. Solo questo, o quasi, in un film dove non ci si annoia, ma dove la narrazione è platealmente superflua e la storia è poco rilevante, utile più che altro a inanellare una serie di scene a effetto, e per raccontare con un po' d'ingenuità - ma non senza qualche ragione - come solo la gentilezza possa cambiare il mondo. È il linguaggio del cinema forse più amato dalle nuove generazioni, che Mona Lisa and the Blood Moon lo apprezzeranno di sicuro: ma che corre il rischio di segnare più un'involuzione che non un cambiamento e una spinta verso il futuro.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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