Miracolo a Sant'Anna - recensione del nuovo film di Spike Lee

01 ottobre 2008

Mentre a livelli istituzionale e non sono molte le discussioni sul valore della Resistenza, sbarca nel nostro paese Miracolo a Sant'Anna, primo film di guerra di Spike Lee che tratta di eventi avvenuti sul suolo nazionale. Un film che non ha convinto del tutto, anche se non merita fino in fondo le stroncature americane.

Miracolo a Sant'Anna - recensione del nuovo film di Spike Lee

Miracolo a Sant'Anna - la recensione

Miracolo a Sant’Anna non ha avuto grande fortuna oltreoceano, dov’è stato stroncato dai giornali più illustri (Variety in primis) e dov’è stato fischiato al Festival di Toronto. Anche in Italia lo si attendeva con un pizzico di scetticismo, un po’ per la mancata presenza al Festival di Venezia, un po’ per via delle polemiche scatenate dalla scelta (operata dallo scrittore James McBride, prima che da Spike Lee) di attribuire la responsabilità del massacro di Sant’Anna a un partigiano traditore. Ma pur avendo suscitato in noi molte perplessità, Miracolo a Sant’Anna non ci è sembrato un film da condannare in toto.

Del film salviamo innanzitutto le sequenze di combattimento, che si avvalgono del contributo del direttore della fotografia Ernest Dickerson, qui responsabile della seconda unità, e di un prezioso consulente militare. Anche i personaggi dei quattro soldati della divisione dei Buffalo Soldiers sono ben tratteggiati. Per Spike Lee era importante che non fossero una piccola massa indistinta e che, anzi, ognuno avesse i propri tratti distintivi per poter sfuggire all’omologazione subita spesso e volentieri dagli afroamericani. Obiettivo centrato, perché al di là di Cummings, che rientra nello stereotipo del soldato sbruffone, Train, Stamps e Negron sono figure interessanti e verosimili. Bravi gli attori che li interpretano (Michael Ealy, Omar Benson Miller, Derek Luke e Laz Alonso) e buone le performance degli attori italiani: Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi, Omero Antonutti, Sergio Albelli e Matteo Sciabordi, che interpreta il piccolo protagonista.

È proprio il suo personaggio il primo elemento che non convince affatto e che, a tratti, irrita: Angelo, il bambino italiano che aiuta a risolvere l’enigma della strage di Sant’Anna e che nel film incarna il miracolo dell’amore cristiano e della solidarietà, dona infatti al film quella fastidiosa retorica che contraddistingue molti film di guerra americani, che invece vorremmo più scarni e asciutti. C’è da dire, ancora una volta, che a inventare il personaggio è stato James McBride, che ha relegato il massacro di Sant’Anna a un breve episodio, mostrandolo e spiegandolo frettolosamente a tre quarti di film.

Una scelta consapevole e voluta fin dall’inizio, visto che il suo romanzo non è la cronaca di un episodio storico, ma una storia di finzione che comincia come un giallo, con il soldato Negron che ai giorni nostri spara a un personaggio che ha avuto un ruolo determinante nei fatti toscani. È una scena ambigua, che sembra non avere una giustificazione narrativa. Improbabile e melenso anche il finale del film, che però preferiamo non rivelare.

Miracolo a Sant’Anna, dunque, funziona solo nelle scene ambientate nel ’44, che costituiscono una sorta di film a sé, anche se avremmo gradito una maggiore sobrietà. Ma Spike Lee avrà avuto le sue buone ragioni per lasciarsi andare alla retorica. Non dimentichiamo che i Buffalo Soldiers avevano la pelle nera e che anche loro erano vittime di discriminazioni razziali, un’ingiustizia sociale che il regista è sempre pronto a denunciare. A pensarci bene, comprendiamo anche il misticismo di cui è carico il racconto, visto che in tempo di guerra, la nostra guerra, la religione era una consolazione e in mezzo a tanta miseria si poteva andare avanti solo credendo nei miracoli.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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