Madres paralelas, la recensione: Almodóvar apre il Festival di Venezia con un mélo politico (a modo suo)

01 settembre 2021
3.5 di 5
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Dalla vicenda di due madri single che partoriscono lo stesso giorno legando inestricabilmente le loro sorti, Pedro Almodovar riesce a costruire un elegantissimo e commovente melodramma che dal privato tocca il pubblico della storia del suo paese. La recensione di Madres Paralelas.

Madres paralelas, la recensione: Almodóvar apre il Festival di Venezia con un mélo politico (a modo suo)

Madres paralelas, madri parallele. Sono due: una è Janis (Penelope Cruz), affermata fotografa alle soglie dei quarant'anni; l'altra è Ana (Milena Smit), ancora minorenne, ancora alla ricerca del suo posto nel mondo.
Il parallelismo tra loro non sta solo nell'essersi ritrovate nella stessa stanza in attesa di un parto che è poi avvenuto lo stesso giorno, o nel fatto che entrambe le loro figlie siano state qualche ora, assieme, in osservazione dopo la nascita, segnando così l'inestricabilità dei loro destini.
C'è un altro parallelismo, più sotterraneo forse, che parla di violenza. Una violenza che è maschile e cui, in modi diversi, sono legate entrambe le loro gravidanze. Quella raccontata dall'una a colui che diverrà il padre di sua figlia, l'uccisione di un bisnonno e altri uomini del suo paese, gettati tutti in una fossa comune all'inizio della guerra civile spagnola; e quella più diretta, che ha portato l'altra a rimanere incinta.

Binario fin dal titolo, Madres paralelas è però il film dove Almodóvar mette insieme. Unisce. Salda.
Mette insieme la storia di due donne e due figlie, legate dal fato beffardo, o dal più banale degli errori umani, con quella del suo paese, la Spagna, in quello che è il suo film  più esplicitamente e tradizionalmente politico. Mette insieme la necessità di comprendere il passato (riesumandolo, letteralmente) e di conoscere e far conoscere la verità, con quella di spingersi verso il futuro, di generare nuova vita, e concentrarsi su essa. Perché solo facendo la prima cosa, nel privato e nel politico, si può pensare di fare, bene, anche la seconda.  

Dopo aver fatto i conti con la sua storia personale, nel precedente Dolor y gloria, Almodóvar sente il bisogno di confrontarsi con quella collettiva, ma sempre a modo suo, scavando nella psicologia dei suoi personaggi, rielaborando il melodramma secondo modi e coordinate personali e contemporanee, utilizzando il cinema e le sue possibilità di racconto come collante in grado di tenere tutto insieme: personaggi, livelli narrativi, eventi raccontati e sguardo dello spettatore.
Quella di Almodóvar è oramai un'eleganza formale e narrativa pura e limpida, che nasce da un'apparente mancanza di ogni sforzo, che viene fuori naturale e nonchalante per premettere che siano le emozioni a risuonare e riecheggiare fortissime. Perfino i i colori e i décor sono meno sgargianti e aggressivi di una volta, ma assai più delicati per l'occhio di chi guarda e, quindi, anche per l'anima di chi li abita.

Ennesimo grande affresco "al femminile", ennesimo racconto di madri, di donne forti e splendidamente imperfette, questo nuovo del madrileno racconta come la maternità raramente coincida, appunto, con la perfezione, ma non per questo è meno sentita, meno sincera, meno valida.
Le madri sbagliano, nascondono segreti, a volte non sono capaci di fare il loro lavoro provocando ferite profonde. Per comprendere ogni madre, e quindi ogni figlia e ogni figlio, bisogna conoscere la sua storia, spiega il film di Almodóvar.
Non è difficile capire che le madri parallele del titolo, allora, non sono solo due. Tra le madri parallele del figlio Almodóvar, è chiaro, c'è anche la Spagna.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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