The Handmaiden: recensione del film di Park Chan-Wook in concorso al Festival di Cannes 2016

14 maggio 2016
3.5 di 5
12

Thriller, vendetta, sesso e amore nel nuovo lavoro del coreano, che gioca con l'eleganza e la perversione.

The Handmaiden: recensione del film di Park Chan-Wook in concorso al Festival di Cannes 2016

In fondo questo The Handmaiden era già tutto dentro Stoker. E, allo stesso tempo, in questo suo nuovo film, il coreano Park Chan-Wook riprende tutta una serie di simboli e di temi (piovra di Old Boy e sessualità feticista e deviata in testa) che erano parte integrante della sua Trilogia della Vendetta.
Intrecciata con una messa in scena raffinata al limite del manierismo, dall'eleganza barocca eppure lineare, c'è una storia nella quale implodono ed esplodono le passioni umane più trascinanti, quelle legate al desidero, alla bramosia, all'amore e al sesso. E, per l'appunto, alla vendetta verso chi ha negato una vita, ha violato un'infanzia.

Liberamente ispirato al romanzo “Ladra” di Sarah Waters, The Handmaiden è strutturato in tre atti che mettono in scena una situazione e due sorprendenti (o meno) ribaltamenti di campo, una sorta di pacco, doppio pacco e contropaccotto che mira restituire libertà e elargire punizioni, in un tripudio di feticismi e sessualità soft-core che passa per il sadomasochismo e sfocia nel lesbismo più patinato.
Una giovane borseggiatrice, un falsario e truffatore, e una bella ereditiera schiavizzata dallo zio sono i tre vertici di un triangolo che cambia continuamente forma e coloriture, che vede i sui vertici e i suoi spigoli mutare sempre di posizione, fino a una conclusione inevitabile che ha il sapore di una rivincita su un potere maschile becero e lubrico, spesso grottesco, che pensa di poter fare e difare, usare e abusare, a suo totale piacimento.

Park, e lo ha dimostrato spesso in passato, è perfettamente a suo agio con la messa in scena delle perversioni, con uno stile tutto di superficie: talmente lucida da rispecchiare nel bene e nel male le contorsioni dell'anima dei suoi protagonisti, e da levigare perfino e ripulire quello che altrove sarebbe risultato ruvido e sconcio.
E la carne? E il sangue? Quel sangue richiamato così esplicitamente in Thirst, che nel 2009 iniziava a mettere al centro della narrazione dei film del coreano il sesso e la passione? Ci sono, ma sublimati ed evocati, più che toccati, nel rapporto tra le due donne della storia (che pure mettono in scena rapporti abbastanza espliciti), perché quel lato lì del triangolo è un lato che ha più a che fare con l'amore, che col sesso in quanto tale.
Ci sono, e questa volta in maniera più violenta e grottesca, nel confronto finale tra due uomini: e non poteva essere altrimenti, date premesse e obiettivi del film.

Ma in fondo, questa storia raccontata con sinuosi e complessi movimenti di camera da Park, e accompagnata da una bella colonna sonora che mescola brani originali con altri classici e di altri componitori per il cinema, più che un thriller fortemente venato di erotismo e perversione è una storia d'amore e liberta. E allora bene così, abbandoniamoci allo stile e all'incedere ipnotico di The Handmaiden, al provocante movimento e al tintinnio malizioso di campanellini argentati tutt'altro che innocenti.  



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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