Machan - recensione del film diretto da Uberto Pasolini

12 settembre 2008

Dopo il successo di critica ed i premi ottenuti all’appena concluso festival di Venezia arriva nelle nostre sale l’esordio alla regia del produttore italiano Uberto Pasolini, in un film gentile nel tocco, ma comunque capace di raccontare problemi come la povertà, i sacrifici che essa comporta ed lo spaesamento culturale.

Machan - recensione del film diretto da Uberto Pasolini

Machan - la recensione

Dopo essere diventato famoso in tutto il mondo per aver prodotto il successo internazionale di Full Monty – ma vanno ricordati senz’altro anche i due gioielli diretti da Alan Taylor Palookaville e I vestiti nuovi dell’imperatoreUberto Pasolini ha deciso di esordire dietro la macchina da presa con la storia (vera) di un gruppo di cittadini dello Sri Lanka che si finge membro della inesistente nazionale di pallamano per poter uscire dal proprio paese e cercare lavoro in Germania, dove sono stati invitati a partecipare ad un torneo.

Diretto con stile asciutto, molto attento a non sovrapporre la presenza della macchina da presa sulla vicenda raccontata o sull’interpretazione degli attori, Machan si rivela fin dalle primissime scene un lungometraggio dal tocco molto gentile, che racconta il disagio strisciante dei vari protagonisti in maniera certo leggera ma non per questo meno drammatica; la condizione disagiata, anzi più che precaria, dei due personaggi che danno il via alla vicenda, viene raccontata secondo gli stilemi precisi dettati da una sceneggiatura molto “classica” nel suo sviluppo, ma non per questo meno efficace. Pasolini si rivela poi un direttore d’attori sorprendentemente attento, sensibile nel riuscire a far emergere personalità diverse e sfaccettate da figure interpretate da attori per la maggior parte non professionisti o di origine teatrale: basta sapere che l’interprete più conosciuto del film, famoso nel suo paese per svariate produzioni televisive e cinematografiche, si chiama Mahendra Perera, un nome che probabilmente al pubblico internazionale dice poco o nulla.

Preciso nelle caratterizzazioni, concreto nel racconto, Machan ha l’indiscutibile pregio di essere un lavoro che cresce di tono e di spessore emotivo, fino a diventare nell’ultima parte un’opera a tratti commovente. Dove il film avrebbe invece dovuto essere asciugato è nella prima mezz’ora di proiezione, che in certi momenti subisce dei vistosi ed inutili rallentamenti; per il resto però il film è decisamente godibile, ed evidenzia la sincerità degli intenti con cui è stati ideato e realizzato.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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