Lo sciame: recensione dell'eco-horror in streaming su Netflix

20 giugno 2024
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Il regista francese Just Phillippot declina l'horror in chiave autoriale in questo film che racconta di cavallette che si nutrono di sangue. La recensione di Lo sciame di Federico Gironi.

Lo sciame: recensione dell'eco-horror in streaming su Netflix

Facile dire, come oggi dicono in tanti, “mollo tutto e vado a vivere in campagna”. Perché quello dell’agricoltore, l’allevatore, il contadino, è un mestiere durissimo. Per riuscire a vivere facendolo, bisogna dare il sangue.
E chissà che non sia partito proprio da questo pensiero qui il francese Just Philippot per il suo film d’esordio, Lo sciame, anche se soggetto e sceneggiatura non sono suoi. Un film che parla di una donna che, tra mille difficoltà, alleva cavallette, e che scopre che queste prosperano se le nutre di sangue (dapprima il suo, poi non solo), andando così incontro a conseguenze terribili e orrorifiche.

Tecnicamente avrebbe potuto essere un creature feature, Lo sciame. O meglio, un natural horror. E in un certo senso lo è. Ma scordatevi lo stile fieramente da B-Movie di tanti esempi degli anni Cinquanta o Settanta, o certe rievocazioni pop contemporanee alla Stung (la commedia horror con le vespe giganti di pochi anni fa): perché Lo sciame non sarà targato A24, ma è comunque un film che tenta di declinare il genere più secondo coordinate autoriali, che non andando verso la serie B. E che il film fosse stato selezionato per la Semaine de la Critique del 2020, edizione poi cancellata per via della pandemia, è un chiaro indizio delle intenzioni e del risultato di Philippot.

Lo sciame privilegia chiaramente la psicologia all’exploitation. La sua storia e le sue immagini, più che repellente o disturbante, è carica di un senso di angoscia legato direttamente allo stato d’animo dei protagonisti. In particolare della protagonista Virginie (Suliane Brahim, che in alcuni punti e da certe angolazioni può quasi sembrare una specie di Charlotte Gainsbourg meno elegante e fascinosa), vedova con due figli sull’orlo della bancarotta che è del tutto ossessionata dal successo del suo allevamento d’insetti super-proteici da compiere dei passi sconsiderati.
E c’è un’immagine, potente e disturbante, nel film - l’immagine di Virginie che viene vista dalla figlia Laura nutrire del suo stesso sangue le sue cavallette, che la ricoprono quasi per intero mentre è accovacciata al suolo - che mette quasi in parallelo la sua ossessione con quella del Seth Brundle di La mosca.

D’altronde, se Virginie è letteralmente costretta a dare il sangue, come si diceva all’inizio, per far andare in attivo il suo allevamento, è perché gli agricoltori, racconta tra le righe Philippot nel suo film, sono gravati da problemi, burocrazie, rivalità tali da spingerli verso crinali pericolosissimi. Con le conseguenze che, anche nel mondo reale, questa spinta può avere.
L’apertura di Lo sciame al mondo reale tocca poi anche le derive destrorse della Francia di oggi: con chi fa crudele ironia sulla “schifosa” farina di cavallette prodotta da Virginie, come anche certi politici di casa nostra, e con una battuta messa in bocca a un side character d'origine magrebina, che all’amica Virginie dice qualcosa come “senza di te e tuo marito non l’avrebbero mai data la terra a un arabo come me”.

Forse i fan dell’horror più hard core potranno trovare che la costruzione di Lo sciame vagamente lenta, e il suo lavorare più sulla psicologia e la suggestione che non sull’esplicitazione un po’ deludente. Ma se si adotta la giusta prospettiva, quello di Philippot è un film la cui vicenda è in grado di appicciarsi addosso allo spettatore in maniera tanto scomoda quanto efficace, e che è in grado di mettere sullo schermo alcune immagini potenti. La candidatura ottenuta ai César come miglior opera prima, quindi, non fu affatto immeritata.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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