Lo sciacallo - Nightcrawler: la recensione del film con Jake Gyllenhaal

24 ottobre 2014
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Più che uno sciacallo, il protagonista sembra un rettile che distilla comportamenti e schemi ultra-capitalistici.

Lo sciacallo - Nightcrawler: la recensione del film con Jake Gyllenhaal

Ci sarà di sicuro chi, di fronte a un film come Lo sciacallo, parlerà diffusamente di deriva etica del giornalismo, di pornografia dell'immagine, di sensazionalismo e schiavitù dell'audience.
Non che ci sia nulla di sbagliato nel farlo, anzi: ma nel film che segna l'esordio nella regia di Dan Gilroy, fratello del più noto Tony, questi temi sono solo l'esterno di un involucro che ne contiene di più ampi e complessi.
Nel personaggio interpretato da Jake Gyllenhaal, Gilroy proietta infatti tutta una serie di comportamenti e schemi di pensiero che valgono tanto per il singolo individuo quanto per la società in cui è calato.

Lou Bloom non è solo un sociopatico ossessionato dal successo, uno svitato che parla come uno dei manuali per il successo e la realizzazione di sé che tanto sono popolari negli States, un perdente che a forza di testarda determinazione e pelo sullo stomaco effettua la scalata alla sua personale visione del Sogno Americano: Lou è la versione quintessenziale, il distillato puro di tutta quell'ideologia di derivazione ultra-capitalista che ha portato la società e l'economia contemporanee alle degenerazioni che ben conosciamo, alla scomparsa di tutto ciò che è etica e morale di fronte alle necessità di un successo che fa unicamente rima con profitto.
Il prodotto e l'emblema di una società immorale e iper-competitiva, non a caso, in origine, un comune ladruncolo.

Che Lou trovi la sua strada nel videoreporting, che la sua determinazione non lo faccia arretrare (anzi...) di fronte al dolore e al sangue che deve riprendere e vendere a network interessati allo spettacolo morboso spacciato per informazione, è solo ulteriore metafora di un ragionamento più ampio e complesso.
Quel ragionamento che, ne Lo sciacallo, mostra come tanto i singoli quanto il Sistema nel suo complesso non abbiano scrupoli nel raggiungere gli obiettivi prefissati, incapaci di empatia nei confronti del prossimo e indifferenti di fronte a eventuali vittime collaterali seminate lungo la loro marcia trionfale: verso il successo, verso un bilancio in attivo, verso la conquista di più solidi indici d'ascolto.

Nel portare avanti le sue tesi, Gilroy non è mai pedante né eccessivamente didascalico, attento alle esigenze del genere tanto quanto a quelle di ciò che racconta.
Fotografa con un digitale affascinante (perché) freddo e ultra-nitido una Los Angeles notturna preda dei tanti predatori che percorrono le sue strade e che sfamano col sangue e le spoglie altrui gli appetiti indecenti di chi è troppo pigro o pavido per sporcarsi le mani direttamente, aggrappandosi ad un protagonista spiritato e rettile.
Più che uno sciacallo, infatti, un Gyllenhaal dimagrito 10 chili per la parte, e sempre sospeso tra untuosità e patologico asetticismo, sembra un serpente, suadente e inarrestabile, pronto a scattare verso le sue prede mentre sembra adagiato sulla lenta mollezza delle sue spire inquiete e letali.

A contrastarlo, nessuno.
Lou trova rapidamente alleati, per convinzione o coercizione, e la sua inarrestabile scalata mette la museruola a chi, debolmente, cerca di parlare di moralità o perfino di giustizia. Perché nel mondo di Lou, che è il nostro mondo, nella sua ideologia, che è quella di ha risorse, denaro e potere, l'unica legge è quella del più forte: che poi è quella del profitto.
Non c'è da stare allegri.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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