Lo Hobbit: un viaggio inaspettato - la recensione del primo capitolo della trilogia

05 dicembre 2012
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Trasformando il romanzo di Tolkien che precede Il Signore degli anelli, in 3 film, Peter Jackson si è imbarcato in un'impresa ardimentosa, che non sempre riesce a ripagarlo degli sforzi.

Lo Hobbit: un viaggio inaspettato - la recensione del primo capitolo della trilogia

Diciamolo subito: se trasformare "Il Signore degli anelli" in una trilogia cinematografica è cosa abbastanza semplice, perché lo stesso Tolkien aveva già organizzato la sua monumentale opera della maturità in tre libri, dividere "Lo Hobbit" in tre parti invece che in due, com'era stato pensato in origine, è un'impresa oltremodo rischiosa.
Il romanzo, che fu concepito dal suo autore come un libro per ragazzi, è un curioso monstrum che come un racconto on the road si basa sul meccanismo della ripetizione, trovando però la giusta progressione drammatica nei pericoli sempre più insidiosi incontrati dal pritagonista e nello sviluppo di un personaggio che da mezz'uomo pigro e diffidente diventa il Michael Corleone della Terra di Mezzo.

Putroppo, nel primo capitolo del suo nuovo trittico, Peter Jackson perde di vista il viaggio metaforico di Bilbo Baggins per concentrarsi sia sull'approfondimento, comunque parziale, di altri tredici personaggi , sia sull'invenzione di ganci narrativi ai film del Signore degli anelli. A causa di questa doppia scelta, Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato finisce per soffrire di quelle forzature che spesso caratterizzano le operazioni di franchise e che si riassumono in una certa incompiutezza e in una tensione non risolta.
Un film, secondo noi, dovrebbe essere una realtà a se stante, un'opera coerente anche nella sua unicità. Il nuovo film di P.J. non sempre lo è e la colpa – per così dire -  è di quel gruppo di nani che sono già diventati le nuove star della Terra di Mezzo.
Giustamente gli sceneggiatori li hanno voluti rendere più interessanti di quelle figurine sbiadite abbozzate da Tolkien nel 1937, ma trasformandoli in una masnada di fracassoni rozzi, rumorosi e bonaccioni come i Pontipee di Sette spose per sette fratelli, hanno introdotto un elemento buffo in un genere che solitamente funziona se segue altre strade.
Siamo certi che il fantasy e la commedia vadano d'accordo? Il miscuglio non è più efficace quando la risata scivola nel grottesco, come succede in presenza del Re dei Goblin?
Ne Lo Hobbit : Un viaggio inaspettato il fantasy respira veramente aria nuova nel momento in cui viene affiancato o al poetico, ed è il caso dello mago Radagast, o all'epico, come accade per Thorin Scudodiquercia. E' lui il cuore pulsante e il personaggio più bello del film, una sorta di Macbeth dolente animato dall'eroico desiderio di riconquistare un regno che gli è stato tolto.

Chiudiamo la nostra recensione con un accenno al lato tecnico del film,  perché i 48 fotogrammi al secondo combinati al 3D sono l'aspetto che più incuriosice i fan di Peter Jackson
Sicuramente l'impressione di realtà è forte e, insieme a Joe Letteri della Weta Digital, il regista è riuscito davvero immergere lo spettatore nel film. Se però nelle scene in esterno l'effetto è straordinario, nelle sequenze in interno, in particolare in quella iniziale,  si ha l'impressione di una leziosità visiva e cromatica che sa di teatro di posa. A parte questo, l'uso del digitale è portentoso, come anche il lavoro di costumisti e scenografi.
Le nostre simpatie, infine, vanno a un Gollum non ancora così scisso come nel Signore degli anelli e a Martin Freeman, attore di rara bravura che ha intelligentemente dotato Bilbo Baggins di un irresistibile aplomb britannico.
 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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