Persian Lessons: recensione del film di Vadim Perelman presentato al Festival di Berlino 2020

22 febbraio 2020
2.5 di 5

Un ebreo nei campi di concentramento durante l'occupazione nazista della Francia si spaccia come iraniano per sopravvivere.

Persian Lessons: recensione del film di Vadim Perelman presentato al Festival di Berlino 2020

Una storia individuale, a suo modo utilizzata per rappresentare le centinaia di storie di esseri umani che trovarono il modo di sopravvivere nei campi di concentramento grazie all’ingegno, e ovviamente non poca fortuna. Siamo nel 1942 nella Francia occupata, dove un giovane ebreo francese, Gilles (Nahuel Pérez Biscayart), sfugge all’esecuzione sommaria dopo un rastrellamento dicendo di essere persiano, iraniano, e non ebreo. Una bugia per salvarsi. Parole disperate che diventano magiche, sempre che questa visione sia consentita in quell’orrore, visto che un ufficiale, Koch (Lars Eidinger) aveva sparso la voce fra i suoi (soldati di voler proprio un persiano per imparare il farsi, avendo il sogno dopo la guerra di aprire un ristorante proprio a Tehran, luogo di residenza del fratello. 

Diciamolo subito, la premessa non suona proprio così credibile, bisogna aver voglia di perdonare nel percorso di questa storia più momenti in cui sentiamo alcuni passaggi narrativi scricchiolare pericolosamente. Anche perché non ci troviamo dalle parti di un’ambientazione favolistica o manifestamente comica, come il caso di due patrigni (magari involontari) di questo film, La vita è bella e Train de vie. Persian Lessons prosegue nella sua strada con ambientazione e dinamiche ispirate a una raffigurazione realistica e piuttosto classica della vita nei campi di concentramento.

Lo si potrebbe sintetizzare come l’evoluzione di un rapporto di fiducia, a suo modo quasi di amicizia, anche se a senso unico, fra uno dei carnefici e una delle vittime designate dell’Olocausto. Un corso di persiano inventato, tenuto da un finto iraniano nel corso di varie lezioni, in cui quello che accade intorno rimane sullo sfondo, apparendo solo come causa di un certo senso di colpa da parte del “nostro” persiano, privilegiato e protetto dal suo ufficiale. Parlando dell’attore che lo interpreta, è il talentuoso e sempre più convincente Nahuel Pérez Biscayart, vera scoperta di 120 battiti al minuto, argentino di casa in Francia, che dimostra qui anche un ottimo tedesco. Una versione maschile della poliglotta numero uno: Golshifteh Farahani. Per non parlare della lingua che si è inventato, prendendo spunto dai nomi di oltre 2000 compagni di prigionia.

Nell’epoca della memoria di quegli eventi da preservare, Persian Lessons prende la questione sul serio, e in maniera letterale, basando la sua storia proprio sulla memoria, sulle parole che vengono ripetute da Gilles come un mantra, per costruire questo linguaggio inesistente ed insegnarlo, in maniera credibile e senza cedimenti, al suo allievo. Proprio qui risiede il tentativo di Perelman di creare una tensione da thriller, nel rischio di non riuscire a dare sempre lo stesso significato alle stesse parole. In questo contesto di commistione fra lingue e nazionalità, si è senz’altro trovato a suo agio, e nel suo, il regista, Vadim Perelman, russo-americano e nato in Ucraina. 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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