Leviathan - la recensione da Cannes del dramma russo di Andrey Zvyagintsev

23 maggio 2014
4 di 5
75

Una satira amara sull'arbitrio della politica nella Russia di oggi.

Leviathan - la recensione da Cannes del dramma russo di Andrey Zvyagintsev

C’è un senso di eterno che aleggia fra le scogliere sul mare di Leviathan. Una sensazione di assoluto che fin dalla prima scena del film ci porta fuori dal tempo fra personaggi che se non avessero abiti e qualche orpello tecnologico contemporaneo potrebbero essere topos classici della tragedia greca o ancor prima biblica. Personaggi che si muovono come formiche tenaci nonostante il loro infimo ruolo in un contesto troppo grande e troppo antico. Scheletri di balene, relitti di navi, maree che giocano a piacimento con quando consentire all’uomo di spingersi verso il mare. Nonostante questo i nostri protagonisti tentano ammirevolmente di prevalere, di aggrapparsi disperatamente alla volontà e al libero arbitrio.

Il loro nemico non è la natura, che non si degnerebbe di farsi coinvolgere, ma l’arroganza del potere che domina la Russia, non solo a Mosca, ma a maggior ragione, anche più pateticamente, a livello locale. Il sindaco di una cittadina sul Mare di Barents, estrema Russia nord occidentale, vuole il terreno in cui sorge la casa di Kolia, meccanico che vive con la giovane moglie Lilya e il figlio adolescente Roma. Lui non ci sta, e chiama ad aiutarlo un vecchio compagno d’armi, avvocato della capitale. Il sindaco, però, non intende cedere, aiutato dalla polizia corrotta e dalla Chiesa ortodossa, come spesso nella storia complice del potere politico, anche quello più deteriore.

Il titolo, Leviathan, rimanda al mostro marino dalla terribile potenza distruttrice dell’Antico Testamento, Libro di Giobbe, oltre all’omonimo libro seicentesco del filosofo Thomas Hobbes, per cui potere temporale e religioso non dovevano essere divisi.

Il leviatano è uno stato spietato che non lascia spazio alle marginalità di un Kolia. Il film parte come un racconto quotidiano dall’andamento piano, accelera come satira ficcante sulle storture della Russia di oggi, per scoperchiare le contraddizioni dei protagonisti nell’ultimo terzo con una deflagrazione sul potere assoluto dello stato nei confronti del singolo cittadino. Un momento del film che rimanda alle ingiustizie zariste dei grandi romanzi russi e all’inutilità di contare sulla religione, ancora troppo occupata a dare una giustificazione divina all’arbitrio senza limiti del potere temporale.

Al contrario della potenza esplicita di un leviatano, però, il film di Zvyagintsev si insinua piano piano, come un’insenatura che si ricopre d’acqua per il salire della marea; silenziosa, ma inevitabile. Rispetto agli altri film del regista ha un andamento veloce, narrativamente sincopato, ma sfuggente, lasciando fuori campo alcuni momenti cruciali, esplosioni di azione che vengono mostrati solo attraverso il peso dirompente che hanno sui personaggi. Un peso che si accumula anche nello spettatore che se lo porta con sé ben dopo la visione del film.




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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