Les Misérables - la recensione del musical con Hugh Jackman e Anne Hathaway

15 gennaio 2013
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Fedele al musical di partenza e con il valore aggiunto del canto dal vivo, Les Misérables non riesce ad imporsi come opera autonoma dal linguaggio squisitamente cinematografico.

Les Misérables - la recensione del musical con Hugh Jackman e Anne Hathaway

In una Parigi cenciosa e povera che non ha nulla da invidiare alla sudicia Londra descritta da Charles Dickens, Victor Hugo scelse di ambientare, nel 1862, "I miserabili", un romanzo che nei decenni postnapoleonici incrociava i destini di personaggi caduti in disgrazia o appartenenti ai gradini più bassi della scala sociale. Scritto in 15 anni e diviso in 5 tomi, il libro conquistò il pubblico dell'epoca, resistette al passare dei secoli e, ricco di materiale narrativo com'era, arrivò fino alle tavole del palcoscenico, trasformato da Boubil e Schönberg in uno dei musical più popolari di sempre.

A 17 anni dalla sua prima rappresentazione londinese, il musical è diventato un film di Tom Hooper, che nella sua scelta di conservare la natura tutta cantata dello spettacolo ha dimostrato idee chiare e grande coraggio. Nonostante le continue repliche e un memorabile concerto all'O2 Arena di Londra per il 25° anniversario, Les Misérables è infatti un prodotto di difficile fruizione, un'opera più che un musical (vista l'assenza di coreografie) capace di far presa sul pubblico in virtù del respiro epico delle canzoni e del potente lavoro di immaginazione che lo spettatore è chiamato a compiere partendo da una messa in scena che esclude la quarta parete.
Ora, in un film, la quarta parete c'è, cè una realtà in cui immergersi e ci sono dei personaggi che possono avvicinarsi pericolosamente a chi è seduto nel buio della sala. Anche di questo Tom Hooper è consapevole e, da regista innamorato dei primi piani, delle inquadrature sghembe e delle angolazioni inconsuete, fa bene a incollarsi ai personaggi, a braccarli quasi, cogliendone patimenti e drammi esistenziali.

Aiutato dalla professionalità e dalla credibilità di Hugh Jackman e da una Anne Hathaway intensa e vibrante, il regista riesce effettivamente a trascinarci nella disperazione di Valjean e Fantine, ma non si accorge di innescare un meccanismo che diventa inevitabilmente ripetitivo in ragione dei moltissimi assoli e duetti presenti nel musical di partenza, in particolare nella prima parte.
Con la sua grammatica, Hooper non riesce quindi a completare la visione di chi guarda, e questo perché forse non si rende conto che, quando si passa da un linguaggio all'altro, bisogna inventare, cambiare, stravolgere, arrivando a un risultato squisitamente cinematografico. Anche "I miserabili secondo Tom Hooper" non è teatro filmato, manca di quel dinamismo generato dall'elemento forse più importante della sintassi del cinema, e cioè il montaggio. Perfino l'organizzazione dello spazio all'interno dell'inquadratura a volte pecca di staticità e l'impressione è che a tratti manchi una regia.
Non succede sempre, e nei momenti in cui il ritmo delle immagini in successione si fa incalzante e si percepisce effettivamente la costruzione di una scena, il film appassiona e diverte. E' il caso della sequenza in cui Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen cantano, con irresistibile accento cockney, "Master of the House", e delle scene con gli studenti e le barricate, nelle quali la complessità della messa in scena permette a brani come "Do You Hear The People Sing?" e "Red and Black" di emozionare per davvero.

E' piaciuto molto agli americani Les Misérables, per i grandi sentimenti raccontati, il dispiego di tante e tali energie attoriali, il canto dal vivo e la confezione da blockbuster. Noi preferiamo ancora le fantasmagorie di Baz Luhrman, le coreografie di Rob Marshall e addirittura l'ironia kitsch di Mamma mia!.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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