Lei - la recensione del film di Spike Jonze con Joaquin Phoenix

10 novembre 2013
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Altro che tecnologia e mondo virtuale: Jonze parla di questioni umanissime.

Lei - la recensione del film di Spike Jonze con Joaquin Phoenix

Dato che racconta della storia d’amore vagamente distopica tra un uomo e il suo sistema operativo di ultimissima generazione, una vera e propria intelligenza artificiale sensibile e spiritosa che ha nella versione originale la voce suadente e rocamente sensuale di Scarlett Johansson, Her scatenerà ipotesi e teorie sull’odierno rapporto dell’uomo con le tecnologie digitali e sull’alienazione progressiva che queste sono supposte generare nei suoi utenti. L’uomo chiuso nella macchina e nel virtuale, l’alienazione sociale, e via discorrendo su questioni care al dibattito tra apocalittici e integrati del 2.0.
Spike Jonze, però, da uomo di cinema intelligente qual è, se non manca di costellare il suo film di riferimenti utili all’una e all’altra parte, la questione la scavalla proprio. Un po’ perché francamente sterile, un po’ perché non si tratta di ciò che gli sta a cuore.

Il Theodore Twombly di un bravissimo Joaquin Phoenix (e il cognome del personaggio non appare scelto a caso), è infatti la pedina che nelle mani di Jonze è utile a raccontare questioni tutte umane: questioni sentimentali, caratteriali, evolutive nel senso più ampio del termine.
Theodore, infatti, è reduce dalla fine di un matrimonio causata nell’incapacità della coppia di adattarsi ai caratteri e i mutamenti inevitabili dell’una e dell’altro. E lo stesso vale, più avanti, per la sua amica Amy.
Theodore troverà consolazione in Samantha, il suo Sistema Operativo, dapprima come facile fuga dagli impegni reali (con le loro difficoltà legate al conciliarsi di identità e individualità, all’aprirsi all’altro), poi grazie all’accettazione delle differenze apparentemente abissali che li dividono. E, infine, sarà costretto nuovamente a fare i conti con quello che cambia, che si evolve, che muta: in sé stesso e soprattutto nella sua compagna virtuale; nella loro coppia.

Che a un certo punto, nel film, si citi Alan Watts (filosofo inglese che negli anni Sessanta e Settanta fu celebre per la sua riflessione sullo Zen che contribuì a far diffondere in occidente), e che tutto questo s’intersechi anche con sporadici ragionamenti sulle intelligenze collettive, non è casuale. E, ancora una volta, utile a parlare di donne e uomini, e non delle macchine.
Her è un film che, con una serietà mai pedante, con un’amarezza mai cupa e con spirito sempre irriverente, parla di maturazioni e illuminazioni, di accettazione e di consapevolezza di sé e del mondo. Della difficoltà enorme insita nella ricerca della felicità. Felicità fatta di carne, carta e cemento, ma anche di spirito e intelletto, dall’equilibrio precario e insondabile.
Her parla del fardello del passato, che è una straordinaria ricchezza laddove non diviene una zavorra. Parla dell’ansia per il futuro, e della necessità psicologica e filosofica di vivere e accettare il proprio presente, esistenziale e sociale, per poterne affrontare l’alba senza paura e senza preconcetti. Di una maturazione e di un cambiamento che non hanno, fortunatamente, mai fine.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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