Legend: la recensione del gangster movie londinese con Tom Hardy

24 ottobre 2015
2.5 di 5
154

L'attore britannico interpreta entrambi i gemelli Kray, criminali londinesi degli anni '60.

Legend: la recensione del gangster movie londinese con Tom Hardy

L’East End londinese dei primi anni ’60 è un personaggio chiave di Legend, nuovo film di Brian Helgeland. A qualche anno e pochi chilometri dalla Swinging London, in quella parte proletaria e all'epoca piuttosto squallida di Londra da cui era emerso il talento cockney di Michael Caine, due gemelli, i Kray, partirono per dominare Londra. Era un’epoca in cui Scotland Yard non meritava la sua fama e lasciava liberi di conquistare la città partendo da un club Ron e Reggie, appena uscito senza merito da un’istituto psichiatrico l’uno e manager del crimine l’altro. Sorta di guida schizofrenica bicefala, quella dell’omossessuale Ron ("ma attivo, non passivo, non sono un frocio") e di Reggie. Le due anime di una storia criminale di successo, quella normalmente sviluppata al cinema fra anima di strada e istituzionalizzazione attraverso l’immissione nei gangli del potere, in Legend viene spartita equamente. Pochi sarebbero stati in grado di interpretare al meglio i due personaggi, ma Tom Hardy ci riesce. Non che la cosa stupisca, considerato come sia uno dei talenti più puri della sua generazione e sicuramente la cosa più convincente del film. È già di culto la rissa in famiglia fra i due, sospesa fra ironia, rispetto per le ossa dell’altro e una violenza brutale.

I Kray conquistano la fedeltà del quartiere con piccole attenzioni agli anziani e qualche regalia da stato sociale criminale, mentre la storia della loro ascesa segue tutti i riti di passaggio del genere, tanto che lo spettatore già si aspetta quello che sta per accadere. Fra momenti nei pub che ricordano il cinema violento con ironia di Guy Ritchie e un percorso pubblico che insegue l’epica dei gangster movie americani, Legend è raccontato dalla (solita) voce fuori campo di Frances, interpretata dall’australiana Emily Browning, per divergere l’attenzione dal punto di vista doppio dei fratelli e inserire un terzo lato del triangolo, quello dell’amore di Reggie per questa giovane studentessa di college che vuole diventare segretaria: “tutto pur di lasciare l’East End”. Ma Reggie non lo vuole lasciare il suo quartiere. Ci prova anche, regalando un club all’amata, ma la sua anima di strada prevale rispetto all’addomesticamento richiesto dalla donna che presto diventa sua moglie.

Nella presentazione di caratteri e contesto Helgeland usa le sue carte migliori, mentre la ripetitività delle dinamiche morali dei suoi protagonisti fa perdere mordente al film, così come una continua e sempre più accentuata indecisione fra parabola pubblica e storia d’amore. Peccato, perché la contrapposizione fra i due corpi, quello pallido e fragile della minuta Frances e quello imponente del feroce Reggie, la Bella e la Bestia, era un’interessante combinazione. Resta un ciclo di nascita, crescita e morte della dimensione epica dei Kray, raccolta fra l'incarnazione da proprietario di club attento a evitare la violenza nei suoi locali a quella di gangster conclamato incapace ormai di proteggere la bella da se stesso, prima che dagli altri. Un gangster che esibisce pubblicamente, in una stanza affollata, la sua definitiva trasformazione in bestia.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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