Leave no traces: recensione del dramma polacco presentato in concorso al Festival di Venezia 2021

09 settembre 2021
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Jan P. Matuszyński racconta un dramma reale avvenuto a Varsavia nel 1983. Un ragazzo viene picchiato senza motivo dalla polizia e ucciso. Possibile avere giustizia, condannare le istituzioni in un paese non democratico? La recensione di Mauro Donzelli.

Leave no traces: recensione del dramma polacco presentato in concorso al Festival di Venezia 2021

L’arma del delitto è chiara, così come la vittima, un giovane preso di mira senza ragione alcuna, se non il disprezzo per uno stile di vita vagamente eterodosso. Anche gli autori di un pestaggio finito in omicidio sono chiari fin dai primi minuti di Leave no traces. Sono stati dei poliziotti, una volta portati in commissariato due giovani, Grzegorz Przemyk e il suo amico Jurek, diventato testimone cruciale. Se vi ricorda più di qualcosa, ovviamente avete ben ragione. Un caso, purtroppo non certo unico, di tradimento dei rappresentanti dello stato, detentore esclusivo dell'uso della forza in una democrazia, che ne abusa contro singoli cittadini, invece, semmai, di proteggerli dalle minacce reali.

La particolarità del film di Jan P. Matuszyński è che i fatti si svolgono nel 1983, a Varsavia, in piena cancrena del regime comunista, ormai instupidito e incapace di reagire con il consenso alle prime crepe evidenti, inferte da un’opinione pubblica sempre più vivace. Sono mesi in cui si prepara la visita di Giovanni Paolo II nel suo paese, ma tutti parlano invece del caso Przemyk. Prendendo spunto da un ponderoso saggio uscito in patria, Matuszyński ricostruisce gli inquietanti fatti, fermandosi a un primo processo, seguendo con la struttura di un thriller la ricerca disperata del testimone, Jurek, da parte dei vertici della sicurezza del paese, costretti sulla difensiva. Presto ripartendo all’attacco anche contro altri alti esponenti del regime, non disposti per una volta a chiudere un occhio.

La giustizia è possibile, quando è lo stato stesso a comportarsi come un criminale? Il tutto, poi, in un regime che già di suo umilia ogni giorno le libertà individuali e collettive, pur in cerca di una qualche riforma in grado di ritardare la sua inevitabile fine. Milizia, servizi segreti, giustizia. Tutti in cerca di Jurek, protetto dalla madre dell’assassinato, una poetessa vicina a Solidarność, organizzazione cattolica e anticomunista, cruciale per la caduta del regime.

Particolarmente inquietante è il ruolo del padre di Jurek, un militare, che ha sempre vissuto nella cieca obbedienza del regime, ben lontano anche dalla volontà democratica del figlio. È chiaro l’intento di Leave no traces di rivitalizzare una ferita negli anni sopita, nel momento in cui la Polonia vive una recrudescenza di tentativi sovranisti, mentre la libertà di stampa, e non solo, è di nuovo messa in discussione

Leave no traces è un dettagliato resoconto, fin troppo lungo, capace inevitabilmente di suscitare rabbia nello spettatore. Un prodotto di buona fattura, così come la ricostruzione di quegli anni. La storia di una piccola arroganza, la richiesta di un documento in piazza da parte di un poliziotto, non più obbligatorio dopo la fine della legge marziale, diventata poi un’ideale sintesi della libertà perduta per troppi anni. Una storia venuta alla luce solo per la presenza di un testimone. Una storia avvenuta troppo presto perché il regime fosse disposto a prendere realmente provvedimenti, ma anche una storia accaduta tante volte, in ogni latitudine. Anche in questi anni.

Leave no traces
Clip Ufficiale del Film - HD


  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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