Le paludi della morte: la recensione del film di Ami Canaan Mann

09 settembre 2011
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E' non senza coraggio o consapevolezza che Ami Canaan Mann affronta una storia tradizionalmente ancorata al genere, una vicenda poliziesca di caccia a un serial killer che non può non richiamare alla memoria certi titoli paterni.

Le paludi della morte: la recensione del film di Ami Canaan Mann

Essere figli d'arte è un’arma a doppio taglio: i vantaggi sono molti, se non altro in termini di crescita in un terreno fertile, ma l'ombra del genitore che ha preceduto spesso può essere ingombrante.
È quindi non senza coraggio o consapevolezza che Ami Canaan Mann affronta una storia tradizionalmente ancorata al genere, una vicenda poliziesca di caccia a un (serial) killer che non può non richiamare alla memoria certi titoli paterni.
E, sia detto per inciso, se è vero che in confronti sono sempre sgradevoli, è pur vero che il nome di papà Michael campeggia su locandine e titoli di testa, legittimando certi ragionamenti.

Ambientato in una piccola cittadina texana ritratta in maniera asfitica e afosa, malsana, come la zona paludosa e maledetta che dà il titolo al film è che ne è baricentro geografico,
Le paludi della morte racconta sì della lotta a distanza tra due poliziotti (e la ex moglie di uno di loro) e un misterioso sterminatore di giovani ragazzine, ma non è l'intreccio a interessare la regista.
Come probabilmente imparato in famiglia, la trama poliziesca del film - piuttosto convenzionale e anzi volutamente iperlineare (chi sia buono e chi cattivo è chiarissimo film dai primi minuti) ma non per questo priva della giusta tensione - serve alla Mann per un racconto quasi melodrammatico di umanità ferita e fallibile, con tanto di accenni e tensioni filosofiche e religiose.
I due poliziotti di Sam Worthington e Jeffrey Dean Morgan (quest'ultimo esplicitamente cattolico e praticante) sono personaggi che vivono d'incertezze, d'impulsi, di dubbi, d'errori e di costanti e faticose lotte per successi che sono salvifici per loro e (soprattutto) per gli altri. Loro, così come i personaggi femminili di Jessica Chastain e Chloe Moretz, ma in generale tutti quelli del film, vengono seguiti dalla Mann con sensibile attenzione alle sfumature, psicologiche e fisiche, cercando nei dettagli e nelle distrazioni l'essenza della loro personalità.

L'apprezzabile e intelligente sforzo della regista (che nonostante tutto cerca in tutti i modi di non copiare troppe dinamiche paterne), appare però leggermente sfocato, impastato e impreciso come certe soluzioni fotografiche del film. E la carica ruvida e imponente del film pesa più che spingere e smuovere emozioni.

Il mondo incerto, imperfetto e vagamente disorientato raccontato da Le paludi della morte sembra aver contagiato la Mann: ma a lei va comunque riconosciuta la stessa caparbietà e la stessa tensione verso il bene e un miglioramento in parte ottenuto in parte raggiungibile che contraddistinguono i suoi personaggi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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