Le Mans '66 - La Grande Sfida, la recensione: un western automobilistico, con la piste al posto della Frontiera

10 ottobre 2019
3.5 di 5

James Mangold firma un film intriso di benzina e olio motore che porta avanti un'idea classica e romantica di cinema

Le Mans '66 - La Grande Sfida, la recensione: un western automobilistico, con la piste al posto della Frontiera

Altro che Ford contro Ferrari, come suggerito dal titolo originale. Nel nuovo film di James Mangold la Ferrari c'entra pochissimo, ha un ruolo più che marginale, e lo stesso vale per il suo fondatore, il Commendatore Enzo qui interpretato da Remo Girone, che cerca con fatica di acchiapparne un poco del carisma e del caratteraccio, impresa improba per chiunque.
Anzi, verrebbe quasi da pensare che il Drake di Maranello si stia rivoltando nella tomba da quanto poco incide sulle vicende di questo film, che peraltro rievoca uno storico smacco subito dalla sua Scuderia.
Ma d'altronde, questo è un film di americani, e cosa vuoi che gliene importi giustamente agli americani del Mito di Enzo Ferrari. Questo è un film di americani e americano, americano fino al midollo. Tanto americano da aver portato il genere cinematografico americano per eccellenza, il western, negli anni Sessanta del Ventesimo secolo, tra auto da corsa, piste, prototipi, chiavi inglesi, benzina e pneumatici.

Il conflitto di Le Mans '66 - La Grande Sfida è quella tra i due protagonisti Carroll Shelby e Ken Miles - piloti, meccanici, appassionati di velocità ma soprattutto veri cowboy che hanno scambiato i cavalli con le auto da corsa - e il mondo spietato del Capitale incarnato nella Ford, nella grande corporation, nel suo pingue titolare e nei suoi innumerevoli executive, tutti (o quasi) pronti a ogni nefandezza per difendere le logiche dell'industria, della pubblicità e del marketing. In una parola, del denaro.
E non è un caso che, invece, la domanda che risuona all'inizio e alla fine del film riguardi invece l'identità, l'intimo del soggetto.

Il grande paradosso del western e del mito della Frontiera è sempre stato quello di aver esaltato e reso fondativi dell'essere americani un individualismo quasi anarchico, che però il sistema è alla fine stato in grado di incanalare dentro le sue esigenze e le sue logiche, che poi sono appunto quelle del capitalismo. E quindi, ecco che il film di Mangold, raccontando una pagina di sport divenuta mito e storia, racconta esattamente questa contraddizione: l'attrito tra l'individualismo anarchico del singolo, e le esigenze di un sistema altrettanto individualista, e spietato con chi vuole contraddirne i meccanismi e compromettere le esigenze.

Non c'è però da spaventarsi: James Mangold è sempre stato prima di tutto un grande narratore di storie e di personaggi, e alla fine Le Mans '66 funziona anche se, messe quelle riflessioni da parte, si guardano solamente loro: i protagonisti, gli uomini, gli esseri umani. Funziona nel raccontare l'ossessione di chi ha scelto la velocità come mestiere, che si traduce in una ricerca quasi mistica di perfezione. Funziona nel ritrarre un momento di grande epica sportiva senza mai scadere nella retorica a buon mercato; come tutt'altro che retorica e la sotto-trama che riguarda il rapporto di Ken Miles con la sua famiglia, e con suo figlio in particolare.
Sta in piedi e funziona perché Mangold è un bravo affabulatore, uno che porta avanti con coerenza un'idea classica e romantica di cinema, e l'attenzione all'elemento umano - quello che oramai, nel mondo delle corse, è infinitamente meno influente di allora - la dimostra anche nel modo in cui sceglie e dirige gli attori.

Matt Damon e Christian Bale, certo, col primo solido e centrato, ma capace di guizzi inaspettati esattamente come Shelby, e il secondo che gioca sul filo dell'eccesso senza mai esagerare proprio come il suo Ken Miles in pista. Ma ci sono anche comprimari notevoli: da Tracy Letts che fa Henry Ford II, a Josh Lucas e Jon Bernthal nei panni di Leo Beebe e Lee Iacocca, passando per Caitriona Balfe e Ray McKinnon (moglie di Miles la prima, braccio destro di Shelby il secondo).
Remo Girone, anche, certo: ma il suo Enzo Ferrari sta troppo a guardare. Il Drake non sarebbe stato contento.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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