Le Fidèle Recensione

Titolo originale: Le Fidèle

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Le Fidèle: recensione del noir con Matthias Schoenaerts e Adèle Exarchopoulos

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Le Fidèle: recensione del noir con Matthias Schoenaerts e Adèle Exarchopoulos

Bénédicte detta Bibi e Gino detto Gigi. Due bisillabi, dunque, e un amore immenso come il cielo, impetuoso come il mare in tempesta, fatale come un veleno e a prima vista come in un film di Marcel Carné con Jean Gabin. E un gangster col cappello alla Dick Tracy o alla Belmondo e una fascinazione per le pistole e i soldi facili alla Quei bravi ragazzi. E ancora, due punti di vista, un racconto suddiviso in tre atti e il polar francese che incontra il noir americano, nonostante la fonte di ispirazione narrativa e in parte iconografica sia la scena malavitosa belga di fine anni '90 e inizi anni 2000.

Tutto questo, ma manche molto altro (troppo altro) è il nuovo film di Michael R. Roskam, autore di quel Bullhead candidato all'Oscar nel 2012. E già, perché Le Fidèle è un’opera ambiziosa che rende omaggio a mezza storia della settima arte attraverso una commistione di generi e linguaggi che alla fine sovraccarica personaggi e racconto, ma che all'inizio, per una buona oretta, funziona alla perfezione.

Forte di due ottimi attori che insieme fanno scintille e che sono belli che più belli non si può (Matthias Schoenaerts e Adéle Exarchopoulos), il regista gira ottime scene di sesso e struggenti sequenze d'amore con i colori della scuderia Gulf, e crea un interessante parallelo fra l'adrenalina delle corse che tiene in vita Bibi (ragazza ricca che si diletta in gare automobilistiche) e l'adrenalina che pulsa nelle vene di Gigi dopo ogni rapina portata felicemente a termine insieme agli amici di infanzia. Gino/Gigi, infatti, un po’ come un Robin Hood in credito con un'esistenza avida di favori, ruba nei caveau delle banche e assalta furgoni portavalori, perché che ragazzo scapestrato e irresistibile sarebbe se non stesse almeno un po’ dalla parte del torto? Il bambino cresciuto che ha ancora paura dei cani, e che impara che amare significa in parte sottomettersi, trae inoltre la giusta complessità da una posizione di precario equilibrio fra la vita criminale e quella emozionale e fra un passato fatto di vincoli e di debiti affettivi e un futuro che si identifica con la coppia e la famiglia.

Il nostro protagonista è, insomma, un personaggio a tutto tondo e racchiude in sé la promessa di un heist-movie/gangster-movie asciutto  - ma non eccessivamente, per via dell'amour fou che lo fa vibrare -  e di una corposa storia di redenzione. Ma quell'ultimo colpo da mettere a segno prima di acchiappare la coda di una normalità che per chi ha sbagliato una volta è inafferrabile, ci avverte invece che il cliché è dietro l'angolo e che, se qualcosa può andare male, probabilmente andrà male. Ma prima che corra il rischio di andare male, l'assalto al furgoncino carico di denaro che la banda di Gino riesce a bloccare si rivela un pezzo di cinema da novanta, un esempio di grande maestria, con un piano sequenza da togliere il fiato che fa sconfinare Le Fidèle nel territorio del puro e migliore intrattenimento. Però poi per il nostro le cose si complicano, e mentre lo stile repentinamente cambia, con il sangue che si fa scuro, la luce che diventa livida e cede il passo al buio e con i visi dei protagonisti che appaiono sempre più segnati dalla fatica e dal dolore, la trama si ingarbuglia, con il film che guarda al filone carcerario e che, senza mezze misure, finisce per abbracciare il melò, ma un melò triste e sconsolato nel quale la donna, che non era la pupa del gangster ma aveva il carisma e lo sguardo magnetico del "driver" di Drive, diviene vittima sacrificale, martire, simbolo offeso di una passione distruttiva che porta alla solitudine e a un'inerme rassegnazione.

Man mano che le vicende della ragazza dal cappotto blu e dalle scarpe arancioni e del bellimbusto dai completi grigi si fanno tragiche, la sospensione dell'incredulità svanisce, mentre personaggi di contorno incaricati di portare a termine una pericolosa ma salvifica missione si trasformano in caricature, in loschi tipacci che sembrano usciti da un thriller scadente. Certo, di Le Fidèle apprezziamo l'imprevedibilità del capitolo finale e la fotografia di Nicolas Karakatsanis impeccabile fino alla fine, ma se il film avesse sviluppato ancora di più i personaggi principali, insistendo magari sulle loro differenze (in primis di classe), o spiegando le insicurezze di lui e l'attrazione per il proibito di lei, sarebbe risultato più interessante e a suo modo organico. E poi… d'accordo che chi infrange continuamente la legge difficilmente potrà diventare una personcina retta e garbata, ma il destino, talvolta, può rivelarsi anche meno infausto di come ci si aspetta si riveli. Insomma, non tutti pagano un biglietto per vivere, attraverso l'immedesimazione con i loro beniamini, piccole e grandi vie crucis. Oppure sì?

Le Fidèle
Il trailer del film, versione originale - HD
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Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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