Le cose che verranno, recensione del film di Mia Hansen-Løve con Isabelle Huppert

10 aprile 2017
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Le cose che verranno, recensione del film di Mia Hansen-Løve con Isabelle Huppert

Le cose che verranno, recensione del film di Mia Hansen-Løve con Isabelle Huppert

Considerata uno dei più interessanti giovani talenti del cinema europeo, la 36enne Mia Hansen-Løve torna nelle sale con un film che, evidentemente, vorrebbe le togliesse di dosso l'etichetta di regista di storie “giovani”, ma forse non quella di (ex) moglie di Olivier Assayas.
Fino questo momento i suoi erano film che si basavano sull'energia e l'irrequietudine dell'amore e delle passioni dell'adolescenza, ma con Le cose che verranno la francese affronta invece i sentimenti di una donna matura, costretta dalla vita a fare i conti con un domani che non era decisamente quello che si aspettava.

La protagonista (una Isabelle Huppert che finalmente mette nel cassetto i manierismi, e che dopo Elle regala un'altra grande interpretazione) è infatti un'appassionata professoressa di filosofia, che dapprima sembra costretta a una tensione verso il passato - dalle manifestazioni studentesche che si rifanno a quelle della sua giovinezza, dal riapparire di un suo pupillo, un ex studente dalle tendenze radicali e dalla madre depressa - ma che viene bruscamente costretta a fare i conti col futuro quando, nel giro di poco tempo, suo marito la lascia per un'altra donna, la madre muore e la casa editrice con cui collabora le dà cortesemente il benservito ritenendola, in sostanza, un arnese anacronistico.

Quello di Natalie è scritto dalla Hansen-Løve come un personaggio che, improvvisamente, vive nell'incapacità di agire e reagire, che accetta quasi passivamente, stoicamente, quello che le accade intorno, in sottostante contrasto con quello che cerca di insegnare: la ricerca della verità e della libertà che unisca la teoria alla pratica quotidiana. Una verità e una libertà che, però, non saprà usare quando le si parano davanti, comodamente costretta dentro la gabbia della sua maturità borghese.

Il ritratto al femminile c'è, e funziona molto bene. La capacità di girare, di usare un linguaggio cinematografico fresco e vitale, di tenere il ritmo e bilanciare i toni del racconto,di fare del morbido fluire del tempo e delle piccole e grandi cose della vita l'unico vero architrave narrativo che la regista aveva mostrato fino a questo momento, anche.
Si percepisce, però, anche quanto Le cose che verranno sia un film che vuole dimostrare qualcosa, che s'irrigidisce nel tentativo di mostrare autonomia e consapevolezze, che è schiacciato su quella snobberia intellettuale e borghese francese fatta di libri ostentati, citazioni ossessive, musica classica e velleità rivoluzionarie.

Un film dalle passioni innegabili e potenti, anche se sempre sopite, sofferte: come quelle della sua protagonista, certo, ma che forse non trovano la strada per esprimere al meglio le loro potenzialità.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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